SISTEMA NERVOSO ENTERICO

SISTEMA NERVOSO ENTERICO. – Sviluppo e struttura. I neuroni enterici. Funzionalità. Patologie. Bibliografia

Il s. n. e. (SNE) è una rete nervosa che regola le funzioni motorie e secretorie del tratto gastrointestinale (GI) in collaborazione con il sistema nervoso autonomo (SNA), da cui è considerato separato per la sua indipendenza anatomica e funzionale dal cervello e dal midollo spinale. Questo intreccio tra funzioni digestive e funzioni nervose, ma anche immunitarie, rende il SNE un argomento di gran de interesse, sul quale la ricerca sta producendo importanti risultati.

L’anatomia e la fisiologia del SNE sono state studiate fin dall’Ottocento, arrivando a dimostrare, agli inizi del secolo scorso, come il riflesso peristaltico (ossia l’attività propulsiva dell’intestino indotta dalla pressione) sia un meccanismo nervoso locale che si verifica in assenza di input nervosi esterni (legge dell’intestino). Per questa autonomia e per la sua complessità Michael D. Gershon (1998) ha paragonato il SNE a un secondo cervello.

Naturalmente l’autonomia è relativa perché comunicazioni bidirezionali tra SNE e sistema nervoso centrale (SNC) sono sempre attive. Il SNC può regolare o alterare il normale funzionamento del SNE e viceversa. Per es., alcune affezioni intestinali, che compromettono la produzione di sostanze psicoattive come serotonina (5-HT, 5-HydroxiTriptamine), dopamina e oppiacei, possono influenzare il tono dell’umore. Viceversa stati emotivi come l’ansia intensa possono provocare, attraverso stimolazioni della peristalsi e iperproduzione di neurotrasmettitori, colite, stipsi, colon irritabile o ulcere della mucosa. L’effetto psichico dell’interazione tra i due sistemi è stato visto come momento settoriale del dialogo interattivo tra mente e corpo che si realizza attraverso la continua opera di mappatura neurale di stati viscerali, associata a emozioni primordiali come piacere e dolore. Secondo Antonio Damasio (2012) questa attività costituirebbe la base del proto-Sé, primo momento delle sviluppo del Sé, fondamento dell’evoluzione degli stati di coscienza e delle emozioni complesse, che possono a loro volta esprimersi nei visceri. Questa attività, che coinvolge anche la memoria, continuerebbe anche nel sonno, come mostrano i sogni.

Sviluppo e struttura. – Il SNE ha origine intorno all’ottavo giorno di vita embrionale da cellule progenitrici della cresta neurale, dotate di proprietà staminali, che migrano attraverso il tratto GI in via di formazione e lo colonizzano in cinque giorni. Integrando istruzioni predeterminate con informazioni del microambiente esse si differenziano successivamente in neuroni e glia (Sasselli, Pachnis, Burns 2012). Nell’uomo il SNE diviene funzionale nell’ultimo trimestre di gestazione e continua il suo sviluppo anche dopo la nascita.

I neuroni enterici (NE) si organizzano in plessi gangliari (mioenterico di Auerbach e sottomucoso di Meissner) e agangliari. I plessi gangliari sono avvolti da cellule gliali, simili agli astrociti del SNC, che costituiscono una vera e propria barriera ematoenterica. Le cellule gliali rilasciano fattori di differenziazione degli enterociti, partecipano alle funzioni GI, intervengono nella patogenesi di affezioni infiammatorie del tratto GI. Inoltre, le cellule gliali sono coinvolte nelle disfunzioni gastrointestinali associate al morbo di Parkinson e si ipotizza che contribuiscano all’insorgenza e alla progressione della malattia (Clairembault, Leclair-Visonneau, Neunlist et al. 2015).

Il plesso mioenterico di Auerbach, situato nella tonaca muscolare tra gli strati della muscolatura longitudinale e circolare, è costituito da catene lineari di numerosi neuroni collegati tra loro che si estendono per tutta la lunghezza del tratto GI e ne regolano i movimenti. Il plesso sottomucoso di Meissner, situato nella sottomucosa del piccolo e grande intestino, ma assente nell’esofago e nello stomaco, è costituito da gangli stratificati a diversi livelli. Integra diversi segnali sensitivi che originano dall’epitelio intestinale e contribuisce al controllo locale della secrezione, dell’assorbimento intestinale, del flusso sanguigno locale e della contrazione della muscolatura sottomucosa.

I plessi agangliari sono formati solo da fibre nervose localizzate a livello sottosieroso (dove connettono i nervi estrinseci ai plessi intramurali), muscolare profondo (dove si connettono con il plesso mioenterico), mucoso (dove innervano le cellule epiteliali ed endocrine) e vascolare (dove innervano i vasi sanguigni).

I neuroni enterici. – Il SNE dell’uomo è costituito da circa 500 milioni di neuroni (paragonabili per numero a quelli del midollo spinale) che sono distribuiti maggiormente nel plesso mioenterico rispetto a quello sottomucoso. Sono stati identificati 20 tipi di NE caratterizzati da diverse combinazioni di aspetti morfologici, neurochimici, elettrofisiologici, connessioni e ruoli funzionali propri. In base a registrazioni elettrofisiologiche intracellulari sono stati identificati due tipi di NE: i neuroni S e AH. I neuroni S sono caratterizzati da elevata eccitabilità e possono esibire veloci potenziali postsinaptici eccitatori, segui ti da una corrente iperpolarizzante di breve durata (20-100 ms), che ripristina velocemente il potenziale di membrana. I neuroni AH, invece, mostrano ampi potenziali d’azione seguiti da una lenta iperpolarizzazione (2-30 s) che li rende meno eccitabili.

I NE utilizzano più di 50 neurotrasmettitori (NT) nella comunicazione sinaptica, da quelli di piccole dimensioni (per es., ACh, AcetylCholine, 5-HT) ai neuropeptidi (per es., CGRP, Calcitonin Gene Related Peptide, somatostatina, sostanza P, VIP, Vasoactive Intestinal Peptide), ai gas (per es., NO, Nitric Oxide). Il 90% della 5-HT del corpo è prodotta nell’intestino, il quale rilascia questo NT in seguito a stimoli esterni, come l’introduzione di cibo, o interni, come le emozioni. Ogni neurone utilizza un proprio ‘codice chimico’ (ossia un insieme di molecole) nella neurotrasmissione che lo contraddistingue. L’interazione del NT con uno specifico recettore genera risposte di tipo eccitatorio o inibitorio.

I NE sono raggruppati in tre classi funzionali: neuroni sensoriali intrinseci, neuroni motori muscolari, inteneuroni. I neuroni sensoriali intrinseci sono grandi e muniti di numerosi assoni (neuroni tipo II secondo Dogiel). Sono in grado di percepire stimoli meccanici, chimici e termici e di trasmettere ai motoneuroni informazioni sullo stato di tensione muscolare e sul contenuto endoluminale (Furness, Callaghan, Rivera et al. 2014), innescando riflessi che regolano la motilità, la secrezione e il flusso sanguigno. Costituiscono circa il 10-30% dei neuroni localizzati nel plesso submucoso e mioenterico del piccolo e grande intestino, non sono presenti nell’esofago (la cui motilità è controllata da fibre che provengono dal SNC) e nello stomaco (la cui motilità è sotto il controllo di fibre vagali).

I neuroni motori sono divisi in muscolari e secretomotori-vasodilatatori. I primi (tipo I di Dogiel) innervano la muscolatura circolare e longitudinale e la muscolaris mucosae, determinandone la contrazione o il rilassamento; hanno un corpo cellulare allungato, numerosi dendriti e un singolo esile assone; elettrofisiologicamente corrispondono al tipo S. I neuroni che innervano la muscolatura circolare e longitudinale hanno il corpo cellulare nel plesso mienterico e sono eccitatori (utilizzano ACh e TK, TachyKinin, e proiettano in senso orale) o inibitori (utilizzano NO e VIP e proiettano in senso anale). I motoneuroni muscolari generano, in seguito a una stimolazione regionale, risposte muscolari coordinate e polarizzate che permettono la progressione del contenuto intestinale, ossia inducono contrazione in direzione orale e rilassamento in senso anale. I neuroni secretomotori-vasodilatatori, invece, sono localizzati principalmente nei gangli sottomucosi, controllano sia la secrezione di ioni e di acqua, mediante l’ACh, sia la vasodilatazione delle arteriole della submucosa, mediante il VIP. Alcuni influenzano il trasporto di glucosio attraverso la mucosa del piccolo intestino (Shirazi-Beechey, Moran, Batchelor et al. 2011), processo tra l’altro regolato anche da riflessi di tipo vago-vagali, altri modulano la secrezione acida dello stomaco.

Gli interneuroni hanno il compito di integrare le afferenze sensoriali e di organizzare le risposte degli effettori. Nel plesso mioenterico formano delle catene che decorrono in direzione sia ascendente sia discendente. Somigliano ai neuroni di tipo I e sono di tipo S.

Funzionalità. – Il SNE, nel corso della vita, va incontro a modificazioni plastiche come risposta adattativa spazio-temporale a stimoli esterni, che giungono attraverso gli afferenti sensoriali, e a stimoli interni che provengono dall’innervazione autonoma. Nel complesso microambiente della parete intestinale alloggiano diversi tipi di cellule (neuroni, glia, cellule di Cajal, cellule muscolari e cellule immunitarie) in grado di comunicare tra loro con modalità̀ sinaptiche o paracrine. Questa pluralità interattiva modula lo stato funzionale dei NE influenzando le funzioni digestive e secretive del tratto GI.

Le modificazioni della dieta e le perturbazioni del microbioma intestinale, con i suoi metaboliti e composti neuroattivi, hanno un effetto sul funzionamento del SNE e sulle sue connessioni con il SNC perché modificano la permeabilità mucosale e la secrezione di ormoni e di cellule immunitarie. Inoltre i NE sono vulnerabili alla degenerazione correlata all’invecchiamento (Saffrey 2013). La neurodegenerazione, che interessa più i neuroni colinergici che quelli nitrinergici, può causare negli anziani disturbi gastrointestinali e costipazione cronica. La restrizione calorica e la composizione della dieta possono rallentare la perdita neuronale enterica dovuta all’invecchiamento.

Patologie. – Le patologie e le disfunzioni del SNE sono numerose. Per es. nell’acalasia esofagea, nella stenosi ipertrofica del piloro e nell’acalasia del colon la progressione del contenuto alimentare si blocca per disfunzionamento degli sfinteri causato dalla mancata sintesi di NO (il NT inibitorio dei neuroni muscolari) e dal conseguente ipertono colinergico (Rivera, Poole, Thacker et al. 2011). Nella malattia di Chagas, un’ipoganglionosi/aganglionosi acquisita molto diffusa nei Paesi dell’America Latina, la grave distruzione dei plessi nervosi intrinseci è causata dal parassita Trypanosoma cruzi, verosimilmente attraverso meccanismi autoimmunitari di tipo cellulo-mediato. Nella malattia di Hirschsprung la motilità intestinale è bloccata a causa di un segmento agangliare, nella porzione terminale del colon. Questa neurocristopatia congenita, che si trasmette in maniera autosomica dominante o recessiva, è dovuta a un difetto nei processi di migrazione e di sviluppo di cellule dalle creste neurali all’intestino che causa la quasi totale assenza dei NE nei due plessi gangliari. Finora il trattamento elettivo della malattia è stato la resezione chirurgica della porzione agangliare del colon, ma nuove prospettive terapeutiche emergono dalla possibilità di indurre la neuro-genesi del SNE adulto attraverso la stimolazione di specifici recettori della serotonina (Takaki, Goto, Kawahara 2014).

Bibliografia: M.D. Gershon, Il secondo cervello, Torino 2006; L.R. Rivera, D.P. Poole, M. Thacker et al., The involvement of nitric oxide synthase neurons in enteric neuropathies, «Neurogastroenterology and motility», 2011, 23, 11, pp. 980-88; S.P. Shirazi-Beechey, A.W. Moran, D.J. Batchelor et al., Glucose sensing and signalling; regulation of intestinal glucose transport, «Proceedings of the Nutrition society», 2011, 70, 2, pp. 185-93; A. Damasio, Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Milano 2012; V. Sasselli, V. Pachnis, A.J. Burns, The enteric nervous system, «Developmental biology», 2012, 366, 1, pp.64-73; M.J. Saffrey, Cellular changes in the enteric nervous system during ageing, «Developmental biology», 2013, 382, 1, pp. 344-55; J.B. Furness, B.P. Callaghan, L.R. Rivera et al., The enteric nervous system and gastrointestinal innervation: integrated local and central control, «Advances in experimental medicine andbiology», 2014, 817, pp. 39-71; M. Takaki, K. Goto, I. Kawahara, The 5-hydroxytryptamine 4 receptor agonist-inducedactions and enteric neurogenesis in the gut, «Journal of neurogastroenterology and motility», 2014, 20, 1, pp. 17-30; T. Clairembault, L. Leclair-Visonneau, M. Neunlist et al., Enteric glial cells. New players in Parkinson’s disease?, «Movement disorders», 2015, 30, 4, pp. 494-98.

Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/sistema-nervoso-enterico_%28Enciclopedia-Italiana%29/?fbclid=IwAR1rQZxvTLRRlgKNqgOjWRPJSejWj7ImQaF-riQtAVGyS-Yac2RYPwefDSY

Il problema della memoria in psicoanalisi: da Bohm a Pribram – II°

” … Nello stesso periodo in cui Bohm sviluppava questa nuova visione dell’universo, lo psicologo e neurofisiologo austriaco-statunitense Karl Pribram sviluppava la teoria olografica della mente umana, secondo la quale il cervello si comporterebbe come un ologramma in grado di de codificare tutte le sequenze che provengono dall’universo, mentre la veramente non sarebbe collocata nel cervello ma in una specie di “matrix” risiedente in un regno al di là del tempo e dello spazio. Questo ologramma quantistico in sostanza consisterebbe nel fatto che la storia degli eventi relativa a tutta la materia nella scala macroscopica viene continuamente emessa in maniera non-locale e poi ricevuta da altra materia attraverso un sottile processo di scambio di informazione quantistica: questa sarebbe un po’ un’estensione del processo quantistico di emissione e assorbimento di fotoni. Il processo è del tutto analogo al fenomeno di entanglement che si realizza nelle particelle, ma in questo caso coinvolge la materia su tutte le scale.

…Pribram si convinse della natura olografica dell’universo quando si accorse che le correnti teorie sul funzionamento del cervello non erano in grado di spiegare dove effettivamente risiede la memoria all’interno del cervello. Presto si accorse che le memorie non risiedono nei neuroni e nemmeno nel cervello.

Secondo Pribram il cervello sarebbe solo un mezzo del tutto identico ad una pellicola in grado di estrarre informazioni attraverso gli impulsi nervosi che si intersecano tra loro proprio nel cervello allo stesso identico modo in cui disegni di interferenza di luce Laser si intersecano sull’area di una pellicola contenente un’immagine olografica. In poche parole, secondo Pribram il cervello stesso sarebbe un ologramma che si attiverebbe una volta che viene “illuminato” da fasci di frequenze varie provenienti dall’esterno. Questo modello spiega anche come il cervello è in grado di tradurre la valanga di frequenze che riceve attraverso i cinque sensi, nel mondo concreto delle nostre percezioni, e infatti il compito di un ologramma è proprio quello di codificare e di decodificare le frequenze più disparate.

Un ologramma cerebrale funzionerebbe un po’ come una “lente” in grado di convertire matematicamente – usando le cosiddette “trasformate di Fourier” – le frequenze che riceve attraverso i sensi nel mondo interno delle nostre percezioni, trasformando questa valanga di informazioni, apparentemente senza senso, in un’immagine coerente.

Dunque un ologramma è il sistema più efficiente per immagazzinare informazione. Ad esempio in un ologramma reale, cambiando semplicemente l’angolo con cui due fasci Laser colpiscono un pezzo di pellicola olografica, è possibile registrare molte differenti immagini sulla stessa superficie e si è dimostrato che un solo centimetro cubico di pellicola (olografica) può contenere fino a dieci miliardi di Bit di informazione.

Dunque il cervello, con gli impulsi nervosi da esso prodotto, sarebbe solo un tramite per ottenere informazione proveniente da altrove e, in particolare, da una “zona” che si trova al di là del tempo e dello spazio, capace di ricevere e trasmettere informazione in maniera non-locale.

Nel caso specifico dell’ologramma, ogni singolo pezzo di informazione appare come istantaneamente correlato con ogni altro pezzo di informazione. Se una data porzione di pellicola olografica può contenere tutta l’informazione necessaria per creare un’immagine completa, allora appare possibile che ogni parte del cervello possa contenere tutto il bagaglio informativo necessario per ricostruire un ricordo completo: in sostanza questa sarebbe la base fisica della memoria.

Più in dettaglio, nel 1991, Pribram propose che le immagini percettive che noi riceviamo sono rappresentate da un “ologramma neurale” creato da un meccanismo non-locale di risonanza che avrebbe luogo nell’area dei dendriti neurali. La chiamiamo “risonanza” perché in effetti si tratta di trasferimento di energia tra forme simili che vibrano alla stessa energia. Il fenomeno della risonanza è prettamente classico e viene normalmente riscontrato in acustica e nell’elettromagnetismo, ma quello in campo olografico ha caratteristiche prettamente non-locali.

Sarebbe allora uno stimolo sensorio a indurre risonanza in quell’area fino a produrre cambiamenti fisici nelle strutture dendritiche cerebrali in una maniera del tutto analoga al meccanismo in cui un fascio di luce Laser colpisce la pellicola di un ologramma ottico: in tal modo verrebbe prodotta e visualizzata la vera e propria figura olografica.

La totalità di queste forme di risonanza vengono chiamate da Pribram “olopaesaggio”, che fornirebbe le basi della memoria, la quale non sarebbe localizzata in settori specifici del cervello, ma diffusa in ogni parte dello stesso.

Come ben commenta lo studioso italiano Riccardo Tristano Tuis, un olopaesaggio si forma dunque tra le cose che noi osserviamo e i nostri neuroni. Il meccanismo funziona in maniera tale che poi questi gruppi di neuroni inviano a un altro gruppo di neuroni l’informazione relativa alle frequenze di cui sono fatte le cose che abbiamo registrato con i nostri sensi. Il secondo gruppo di neuroni effettua una trasformata di Fourier di queste frequenze, la quale viene poi mandata a un terzo gruppo di neuroni, il quale a sua volta usa il frutto della rielaborazione matematica di queste frequenze per creare una specie di schema-immagine, sovrapponendo alle frequenze osservate un’immagine-simbolo. A questo punto abbiamo un fascio di frequenze specifiche che, grazie al lavoro sinergico dei tre gruppi di neuroni, si trasforma in un oggetto tridimensionale con un suo significato specifico.

Non è altro che un ologramma: sono gli oggetti e le persone che noi vediamo ogni momento intorno a noi.

L’ologramma cerebrale contiene in sé a tutti gli effetti una forma globale di entanglement. Ma, come dice Michael Talbot, se la concretezza che percepiamo del mondo è solo una realtà secondaria (se pur palese e manifesta) mentre la realtà primaria, quella da cui proviene l’informazione non-locale ed in forma olografica, è di fatto una rappresentazione confusa di frequenze e di onde elettromagnetiche che si intrecciano in figure di interferenza, e se il cervello è anch’esso un ologramma e seleziona solo alcune di queste frequenze dalla valanga di frequenze che riceve e poi le trasforma matematicamente in percezioni sensorie, allora cosa resta della cosiddetta “realtà obiettiva”? Essa cessa di esistere!

Perché alla fine la realtà materiale (o il mondo esplicato per dirla in termini della teoria di Bohm), è solo un’illusione o una realtà virtuale creata da un mondo astratto. Noi vivremmo in una specie di “matrix”, molto simile al film dal titolo omonimo “The matrix” del 1999″.

Fonte: Massimo Teodorani, Entanglement. L’intreccio nel mondo quantistico: dalle particelle alla coscienza, Macro Edizioni

Il problema della memoria in psicoanalisi: da Bohm a Pribram – I°

” … La peculiarità del lavoro di Bohm consiste prima nella creazione del potenziale quantico, poi nella sua contestualizzazione in un regno astratto denominato prespazio che, alla luce degli studi più recenti, potrebbe avere le sue radici nella schiuma quantistica, altrimenti detta “campo del punto zero”. Ma queste stranissime entità non vivono separate dal mondo classico della materia-energia, ma vi interagiscono in continuazione. A questo punto non è difficile individuare in esse le varie diramazioni del termine “coscienza” o “mente”. Quando si dice, ad esempio, che il potenziale quantico (appartenente all’ordine implicato) interagendo in continuazione con la materia (appartenente all’ordine esplicato), genera un olomovimento nell’universo, è come dire che la mente dell’universo guida la materia in ogni istante, informandola in maniera talmente perfetta da fare in modo che ogni sua piccola parte contenga in sé gli elementi del tutto. Proprio come in un ologramma.

La natura reale dell’entanglement particellare, che noi abbiamo intravisto con il famoso esperimento EPR e poi verificato sperimentalmente, ha la sua radice in una Grande Mente che governa l’universo ad un livello subliminale.

Questa entità non può non somigliare a quell’inconscio collettivo profondamente studiato dallo psicologo analitico svizzero Carl Gustav Jung e dal fisico quantistico austriaco Wolfgang Pauli. L’inconscio collettivo, che è il regno degli archetipi, i quali secondo Jung sarebbero all’origine del fenomeno della sincronicità che capita spesso nella vita delle persone, potrebbe essere la vera mente dell’universo. Non la mente razionale, quella che noi usiamo tutti i giorni e che in sostanza è solo un muscolo del cervello in quanto preposta a funzioni prettamente meccaniche, ma la Mente Cosmica. Una mente che opera in maniera non-locale e che tiene unito in un tutt’uno ogni componente dell’universo.

La cosa sconvolgente è che l’essere umano, come probabilmente tutti gli altri esseri evoluti del creato, sembra proprio un universo in miniatura inteso in senso Bohmiano. Da una parte abbiamo il corpo e le sue funzioni, intimamente connesso alla mente meccanica che ci aiuta a risolvere i problemi dell’esistenza, dall’altra parte abbiamo il mondo interiore fatto di sogni, di intuizioni improvvise, e a volte anche di sincronicità che ci capitano in maniera molto particolare nel corso della nostra esistenza. Ma essi non sono altro che il riflesso dell’ordine esplicato e dell’ordine implicato di Bohm!

… Bohm, Jung e Pauli hanno rappresentato una specie di “reazione fisiologica” dell’umanità ad una sua crisi di vuoto e infatti sono apparsi perché l’organismo umano nella sua globalità ne aveva improvvisamente bisogno.  L’umanità aveva ed ha tuttora bisogno di un nuovo modo di comprendere l’universo, ma un modo scientifico e non sciamanico. Il modello di Bohm ci insegna tutto questo. E ci fa sospettare che il potenziale quantico ed il fenomeno dell’entanglement non si ingenerino solo nel mondo delle particelle elementari, ma anche in qualche recondita parte della nostra psiche”.

Fonte: Massimo Teodorani, Entanglement. L’intreccio nel mondo quantistico: dalle particelle alla coscienza, Macro Edizioni

PSICANALISI VS PSICOTERAPIA

“Autorevoli esponenti del settore affermano che la differenza tra psicoanalisi e
psicoterapia non ha più senso di esistere”. L’affermazione, tratta dal castello
accusatorio contro uno psicanalista per esercizio abusivo della professione
psicoterapica, è secca, categorica ma non dimostrata. È formulata come dogma, basato
sull’intramontabile principio di autorità: “autorevoli esponenti”. Sono sempre loro che
determinano i dogmi a cui dobbiamo credere, obbedire e magari per cui dobbiamo
combattere. La cultura in cui vivono gli operatori della psiche sembra dominata, come
ai tempi bui del Medioevo scolastico, dal principio dell’ipse dixit. In tempi più vicini a
noi tale cultura ha preso una piega meno nobile, su cui è il caso di sorvolare. Tanto più
che sorvolano anche i dogmatici, i quali vogliono di proposito dimenticare e far
dimenticare che la differenza tra psicanalisi e psicoterapia ha molto senso di
esistere. Autorevoli esponenti la sostengono pubblicamente. Ne citerò presto un paio.
Prima, tuttavia, voglio premettere alcune brevi considerazioni per contestualizzare il
modo e le ragioni, non sempre nobili, per cui si è arrivati in Italia all’equazione
psicanalisi = psicoterapia. Sorvolo sul perché conviene a taluni professionisti che la si
consideri indiscutibile, perché dovrei entrare in polemica con le istituzioni
psicanalitiche vigenti, distraendomi dalla linea argomentativa principale.
Bisogna tornare ai favolosi anni Settanta, che vedono un vero e proprio boom delle
domande di analisi. Andare dall’analista è di moda. In Italia, con una certa irruenza e
non senza espressioni di arroganza si va affermando il lacanismo. I dirigenti della
società ortodossa di psicanalisi (esiste, infatti, una psicanalisi ortodossa come la
religione) sono preoccupati. Per motivi ideologici? Evidentemente no. Esiste un
deflusso di domande di analisi dai loro studi. Bisogna porvi rimedio: arginare
l’emorragia. Il loro presidente, nella persona di Cesare Musatti, che ama definirsi il
“fratello gemello della psicanalisi”, incarica il proprio allievo Ossicini, che siede in
Parlamento, di approntare una normativa in grado di arginare il fenomeno della
“psicanalisi selvaggia”, già noto ai tempi di Freud. L’operazione di Ossicini riesce in
parte. Produce le legge 56/89, la quale non regolamenta la psicanalisi, perché gli stessi
ortodossi non vogliono porre limiti alla propria attività professionale autonoma e
lucrosa. Regolamenta direttamente la psicoterapia e indirettamente la psicanalisi sulla
base del principio dell’implicita, ma non dimostrata, equivalenza tra le due attività
“psi”. La citazione d’apertura testimonia bene questa filosofia implicita. Da essa
apprendiamo, qualora fossimo ignoranti, quel che ormai è senso comune, già assurto ad
autorità accademica. Continua la citazione: “I criteri estrinseci o formali (descrittivi
della tecnica: tipo di setting, frequenza delle sedute, uso o meno del lettino ecc.) sono
oggi sovrapponibili e i criteri intrinseci ovvero interni alla teoria sono comuni sia alla
psicoanalisi sia alla psicoterapia (psicoanalitica), tanto che a oggi la psicoanalisi non
può che ritenersi una forma di psicoterapia”.
Tornerò presto a valutare lo statuto di quella che mi sembra una congettura non
dimostrata: “a oggi la psicoanalisi non può che ritenersi una forma di psicoterapia”.
Nutro un profondo rispetto per le congetture, ritengo addirittura che la psicanalisi sia
una scienza congetturale – nel senso del termine proposto da Jacques Lacan in diversi
passi dei suoi Ecrits – ma proprio per questo sto bene attento a non confondere le
congetture non sufficientemente provate o semplicemente indiziarie con i teoremi ben
dimostrati. Tuttavia, prima di affrontare quello il nucleo della mia argomentazione,
devo pagare un altro debito argomentativo e dire perché l’equivalenza psicanalisi =
psicoterapia appaia oggi al senso comune acquisita in modo incontrovertibile.
La ragione non è teorica, ma banalmente pratica. Assistiamo in piccolo, nell’arco dei
decenni, a quel fenomeno che in biologia evoluzionista si verifica nell’arco dei milioni
di anni. Il fenomeno si chiama in inglese – con termine proposto da Stephen Jay Gould
– exaptation. Le penne cresciute su certi dinosauri come sistemi di termoregolazione,
diventano marchingegni utili (exadattati) al volo degli uccelli che nasceranno dopo. La
legge Ossicini, nata per contenere e censurare il fenomeno della psicanalisi selvaggia
(verdiglionese, in verità), diventa lo strumento universale di riconoscimento
professionale della marea montante di psicologi. Fanno della psicanalisi gli psicologi?
Va bene, tanto la psicanalisi è una psicoterapia (e poi a praticarla sono pochi. La
psicanalisi è ormai démodé). Invece, gli psicologi che fanno psicoterapia sono tanti,
troppi, perché sia messa in discussione la suddetta equivalenza. Si rischia di mettere in
discussione il termine più gettonato dell’equivalenza – la psicoterapia – con il rischio di
destabilizzare un voluminoso giro d’affari. Allora si recita l’atto di fede: psicanalisi =
psicoterapia, amen e andiamo in pace. Fuori dal campo scientifico, con le religioni
avviene lo stesso. La forza di convinzione della fede non si misura dalla verità, spesso
delirante, dei dogmi, ma dai miliardi di fedeli.
Una differenza da mantenere
Inizio la mia discussione con una considerazione freudiana. Cosa significa proporre
l’equivalenza psicanalisi = psicoterapia? Non c’è bisogno di essere “ultraspecialisti” per
capire che è un modo a buon mercato per negare l’esistenza della psicanalisi. La
psicanalisi esiste? Sì, ma non preoccupatevi: è solo psicoterapia. La psicoterapia, in
realtà, esiste da quando esiste l’uomo. Lo stregone della tribù è ufficialmente uno
psicoterapeuta, non tanto diverso del direttore che risponde alle lettere al giornale.
Entrambi usano e propagano il senso comune proprio della loro sottocultura. Quindi
Freud non ha inventato nulla di nuovo, anzi non ha inventato nulla. Possiamo dormire
sonni tranquilli, anche se qualche sogno tenta di dirci qualcosa di diverso o se la stessa
lettura del testo di Freud dovrebbe metterci in guardia contro certe semplificazioni:
“L’uso della psicanalisi nella terapia delle nevrosi è solo una delle sue applicazioni.
Forse il futuro ci dirà che non è neppure la più importante”.1 Parole profetiche che
giudicano, addirittura prima che nascesse, l’attuale concezione della psicanalisi intesa
unicamente come psicoterapia.
La precedente è una battuta di spirito, certo. È una di quelle, un po’ sempliciotte, che
piacciono tanto all’inconscio freudiano, a cui Freud ha dedicato uno dei suoi saggi più
noiosi. Va detto, tuttavia, che certe arguzie, benché ingenue, sono a modo loro
particolarmente efficaci nell’alludere a verità non ancora addomesticate nei recinti
accademici. Ma c’è una considerazione meno spiritosa e più sostanziale, che dobbiamo
allo stesso Freud. Riguarda la resistenza alla psicanalisi. L’equazione psicanalisi =
psicoterapia è una forma di resistenza alla psicanalisi.
Svilupperò ampiamente questo tema, contestualizzandolo in un ambito che
comprende non solo la psicanalisi, ma molte altre forme di attività espressiva
dell’uomo: l’arte, la scienza, la letteratura, la morale. Si resiste – volgarmente parlando
– a ciò che si discosta dal comune e non problematico buon senso, sempre
conformistico e servile in tutte le sue varianti più o meno erudite. E, per di più, si resiste
alle sublimazioni della civiltà per delle ottime e rispettabilissime ragioni. La principale è
che nell’arte, nella scienza, nella letteratura, nella morale il nuovo giudica – pregiudica
– il vecchio. Il nuovo è potenzialmente sovversivo, quindi è temuto, se non odiato, dal
buon senso di chi pretende il quieto vivere.
Il grado minimo di resistenza alla psicanalisi porta con disinvoltura a dimenticare
l’esistenza di “autorevoli esponenti” anche nel campo di coloro che non condividono la
riduzione della psicanalisi a psicoterapia. D’accordo, non sono tantissimi, ma esistono.
Formano una rete diffusa, senza rigide appartenenze. Sono tenuti insieme da un legame
sociale debole ma resistente. Debole, perché non è quello identificatorio e ontologico
del “credere, obbedire e combattere”. Resistente, perché è un legame epistemico, che
non sfrutta l’omologazione e cessa al cessare di questa, ma dura quanto dura
l’elaborazione del sapere collettivo. Insomma, questo particolare legame sociale
all’interno di un collettivo di pensiero persiste e resiste perché è continuamente
rimaneggiato, sciogliendosi e ricostituendosi di continuo.2
Cito due “autorevoli esponenti” di questa corrente di pensiero. Uno è Cesare Viviani,
autore di un recente pamphlet intitolato L’autonomia della psicanalisi;3 l’altro è lo
scrivente, la cui autorevolezza si basa su una pratica psicanalitica più che trentennale ed
è testimoniata da numerosi scritti, in varie lingue, nonché da un sito pubblico sul Web,
regolarmente aggiornato (www.sciacchitano.it). Dirò cosa ne pensano costoro.
La tesi di fondo che Viviani articola nel suo saggio è che la psicanalisi è un’impresa
conoscitiva che si colloca sul piano estetico-morale. In quanto tale non è
precondizionata da vincoli esterni ed è determinata da leggi interne al proprio stesso
divenire. Si può dire che Viviani si muove sul piano kantiano della libertà, che fonda in
piena autonomia la legge morale e il giudizio estetico. Esula completamente da tale
piano l’impresa terapeutica, che pure gode di una dignità particolare.
Giustamente dal punto di vista storico, Viviani fa risalire il potenziale conflitto tra
conoscenza e terapia alla posizione di Freud, come magistralmente espressa nel saggio
del 1926-1927 La questione dell’analisi laica. Freud fu l’inventore della psicanalisi. Ma
per necessità economiche fu anche terapeuta. La terapia – sia detto senza polemica –
esclude di fatto l’invenzione, mirando a consolidare e difendere, a prevenire le
alterazioni e a curare le disfunzioni, che possono minare le posizioni acquisite nel
fragile campo della salute. Viviani stila un lungo elenco di differenze tra conoscenza e
terapia, che riporto testualmente:
“Conoscenza e terapia. La conoscenza, dopo tanta evoluzione, arriva a desiderare di
abbandonare il sapere.
La terapia fortifica la coscienza e il sapere.
La conoscenza desidera andare oltre la rappresentazione, attratta
dall’irrappresentabile.
La terapia vuole illuminare ogni angolo della rappresentazione, della fisionomia.
La conoscenza, superate le suggestioni, mira all’autonomia.
La terapia mira all’attenzione continua, alla protezione.
La terapia si allontana dai confini della conoscenza, dai limiti, e preferisce riportare
al centro ogni nuova conquista del sapere.
La conoscenza abolisce la gerarchia: ogni pensiero, ogni immagine ha lo stesso
valore.
La terapia irrobustisce la gerarchia.
La conoscenza frantuma il buon senso, con la trasformazione continua dei significati.
La terapia ricompone e alimenta il buon senso.
La conoscenza è un viaggio verso luoghi inesplorati.
La terapia rafforza le difese di una residenza, di una permanenza.” (ivi, p. 33).
Come si vede, nella produzione teorica di un competente e affermato ßpsicanalista,
non compaiono riferimenti allo “svelare ‘misteri’ e segreti dell’animo umano”, di cui
parlano con malcelata ironia i sottoscrittori dei citati “chiarimenti”. All’impresa
psicanalitica Viviani riconosce e rivendica lo statuto di autonomia morale. Autonomia
che nulla toglie all’impresa psicoterapeutica, così come è formalizzata nelle varie scuole
di psicoterapia, volute e promosse dalla legge Ossicini. Il IV capitolo del libro di
Viviani è dedicato agli “Effetti giuridici e giudiziari della legge 56/89”, dove l’autore
riprende il noto Parere pro veritate di Francesco Galgano, ordinario di diritto
commerciale e privato, favorevole alla distinzione tra psicanalisi e psicoterapia già sul
piano giuridico. (Cfr. ALLEGATO A).
Non entro in questa questione per non riprendere cose sicuramente giuste, ma dette
tante, troppe volte, così che la ripetizione meccanica rischia di impoverirne il
significato. Sul rapporto tra psicanalisi e psicoterapia, rapporto insufficientemente
rappresentato dalla vigente legge, rimando al carteggio che nel 1997 ho intrattenuto con
lo psicanalista di Padova Ettore Perrella e che si trova in rete, anche tradotto in inglese,
all’indirizzo: http://www.pol-it.org/ital/documig5.htm . Mi preoccupo invece di
consolidare le posizioni a cui arriva Viviani, il quale riconosce – e qui si sente tutto il
peso della sua pratica analitica – che nell’inconscio esistono “regole” che non devono
essere “ossequiate come vere, ma amate come disegni, linee che portano fino a quel
punto l’idea e l’attenzione, per poi lasciarle” (ivi, p. 103).
Sulla questione etica ed estetica della psicanalisi non trovo di meglio che citare per
intero le due pagine finali del libro di Viviani, degne per il loro spessore e la loro
intensità di una lunga e approfondita meditazione, iscrivendole sotto il titolo:
Etica ed estetica della psicanalisi
“Abbiamo detto che due riferimenti possibili, e impalpabili, per la psicanalisi sono
l’etica e l’estetica. Ma quale etica, quale estetica? Ovvero, come possono essere
rappresentate, quando sono pensate come riferimenti dell’esperienza psicanalitica?
L’etica, in quanto orientamento individuale, deve fare i conti, nell’ultimo secolo, con
quella “dissoluzione” operata da Nietzsche e da Freud, dopo la quale il soggetto non è
più padrone delle proprie scelte morali.
D’altra parte l’etica cercherà una dimensione non più individuale, ma
sovraindividuale, per mantenersi come esperienza del valore anche in presenza di una
soggettività dissolta. Assume invece un significato sempre meno credibile la “moralità”,
fatta di giustificazioni e adattamenti alle esigenze del soggetto, fino a diventare una
specie di serva utile.
È certo che, quando si parla di etica individuale, si parla anche di limitazione e
rinuncia, di attesa e sublimazione. C’è una legge (che non è quella dello Stato) che
rappresenta un limite all’immediatezza del bisogno: attraverso questa rinuncia, questa
porta stretta, ci si incammina verso la sollecitazione dell’Inattingibile. Questo è il
passaggio etico. Invece l’insistenza nel bisogno produce solo sintomi. Insomma c’è
mancanza e Mancanza: la prima, che il sintomo segnala per reclamare maggiore
nutrimento, è un’illusione che si basa sull’idea di pienezza e completezza, come se la
quantità potesse influire sulla qualità. La seconda permette, attraverso il dolore della
perdita, una forma, uno stile, un’etica.
Ma oltre l’etica individuale, c’è quell’etica inattingibile, che non ha rapporti leggibili
con le biografie, e che, con l’estetica, è uno dei punti estremi verso cui può orientarsi il
percorso dell’esperienza umana, che lì si spoglia di ogni contenuto, di ogni affetto, di
ogni intenzione, di ogni forma, ed è pura perdita.
Per come qui si può rappresentare l’estetica, si può dire che la percezione estetica è
la fisicità che trasmette la sua caducità, la sua provvisorietà.
L’arte suscita l’impossibile coincidenza di inizio e fine, di impulso vitale e
immobilità, di luce e buio, di costruzione e distruzione: è la pausa in cui si sospende
l’esclusione tra gli opposti, l’attimo, il bagliore in cui è possibile percepire insieme la
cosa e la sua assenza – ma non come significato o contenuto di sintesi. È una linea che
presenta l’attimo indescrivibile della coincidenza, è un punto, è un tratto. È quella
pausa, quella sospensione, quell’assenza, è l’unica possibile rappresentazione del
tempo che scorre e procede invisibile.
Per queste possibilità l’estetica colpisce più di ogni parola o proposito. Per questo la
percezione dura e non si cancella.
Per questo l’estetica segna il vero cammino del nostro vero procedere, che è quello
dell’inconscio verso l’ignoto (non è quello delle scoperte e della scienza, non è quello
della conoscenza verificabile e oggettivabile).
Dunque la percezione non è oggetto, e l’arte è oggetto che ha il suo valore in quanto
percezione estetica, in quanto non oggetto.
Anche l’estetica è il punto estremo dove arrivano le valutazioni e le percezioni
umane e lì si arrestano, si spogliano, di fronte all’illeggibile, al non interpretabile, al non
percepibile.
Allora la psicanalisi può superare la crisi e ritrovare il suo valore se ha come
riferimento, insieme ai punti estremi dell’etica e dell’estetica, l’irrappresentabilità
dell’inconscio, la sua assoluta intraducibilità. Se invece aumenta la sua attenzione per la
coscienza e la relazione, inevitabilmente entrerà nel poliambulatorio dei servizi medici e
terapeutici e finirà.
Dunque l’irrappresentabilità, simbolo vuoto e muto di un limite intrattabile. Cosicché
è improponibile la prevedibilità della trasmissione della conoscenza e della
formazione: l’esperienza della perdita irriducibile è imprevedibile, come il termine della
conoscenza e della vita.” (ivi, p. 103-105).
Da quanto precede traggo una sola conseguenza. Identificare la psicanalisi alla
psicoterapia significa censurare le possibilità di aprire nuovi campi di esplorazione della
soggettività, in particolare la possibilità di formulare nuove concezioni della morale.
Sarebbe a tutti gli effetti come censurare l’intera facoltà di lettere e filosofia. In effetti, il
testo di Viviani è solo un inizio e la sua conclusione lascia in un certo senso “con la
fame di prima”, perché non vi si vedono delineati in positivo i concreti elementi di
novità che la psicanalisi come da lui intesa apporterebbe. Viene il sospetto che la
contestazione dell’equazione psicanalisi = psicoterapia gli abbia rubato le migliori
energie intellettuali. Quanto segue vuole sviluppare in concreto le considerazioni di
Viviani.
La psicanalisi è una scienza
Chi scrive, non avendo la raffinata formazione letteraria di Cesare Viviani, che è
anche un riconosciuto e premiato poeta, ma essendo di più modesta formazione
scientifica, dice cose apparentemente diverse. Una volta di più dimostrerò che
l’apparenza inganna. O meglio, non dice tutto. Chi scrive dice cose diverse da Viviani
sul piano scientifico, che non è quello abitualmente frequentato dal poeta, ma dice cose
equivalenti a quelle sul piano etico ed estetico.
Come è noto, il programma di psicanalisi scientifica fu il programma originario di
Freud, a cui egli tornò più volte in occasioni diverse. Quelle che è opportuno citare in
questa sede, perché pertinenti al nostro tema, sono formulate nel suddetto saggio: La
questione dell’analisi laica. Tra le tante ne scelgo due, una positiva, l’altra negativa.
Quella positiva recita: “Sin dall’inizio in psicanalisi ricerca scientifica e cura insieme
stanno e insieme cadono. La conoscenza scientifica porta al successo [terapeutico]. Non
si può trattare terapeuticamente nessuno senza venire a sapere qualcosa di nuovo; non si
può guadagnare nessun chiarimento [scientifico] senza sperimentare su di sé effetti
benefici”.4 Quella negativa o controterapeutica dichiara: “Io voglio solo sapermi
garantito nei confronti della possibilità che la terapia non uccida la scienza”.5 E non
posso esimermi dal citare la formulazione più poetica, precedente le citate di otto anni,
dove grazie a una metafora fortemente convincente Freud si schiera contro
l’equivalenza tra psicanalisi e psicoterapia: “Nell’applicazione di massa della nostra
terapia bisogna legare l’oro puro dell’analisi con il bronzo della suggestione diretta
[alias psicoterapia]”.6 Insomma, psicoterapia = faccia di bronzo, sembra voler dire
Freud. Ma per ora tanto basta sulla differenza tra psicanalisi e psicoterapia, tema che
riprenderò con maggiore rigore più avanti, dopo aver stabilito la scientificità della
psicanalisi.
Sull’originario programma scientifico di psicanalisi – intesa come die Wissenschaft
vom seelisch Unbewußten, alla lettera: “la scienza di ciò che è psichicamente
inconscio”7 – bisogna essere molto chiari, anche se per certuni può essere doloroso
ammetterlo. Purtroppo il programma scientifico della psicanalisi fallì già in Freud e non
fu ripreso dagli allievi, che si orientarono tutti verso la psicoterapia, incuranti di
“portare avanti il discorso” del fondatore.
Quale fu la causa del fallimento scientifico freudiano?
Devo stare attento a non precipitarmi a rispondere direttamente a questa domanda,
perché mi tende un trabocchetto. Infatti, sostengo che fu il pensiero della causa a
“causare” il fallimento della nuova scienza freudiana, la psicanalisi. Ma non posso dirlo
sic et simpliciter. Perciò devo fare un giro più largo, se voglio evitare di cadere in poco
gradevoli paradossi. (Il paradosso è di per sé sterile, anche se può essere spiritoso. Si
limita a segnalare che si sta usando una logica non adeguata al problema).
Nonostante le ben note e po’ patetiche dichiarazioni in contrario (tra le tante: “la mia
mancanza di una predisposizione medica [sadica] non ha seriamente danneggiato i miei
pazienti”),8 Freud fu e rimase sempre medico. Rimase medico nella pratica e nella
teoria. In pratica non rinnegò mai il legame della psicanalisi con la psicoterapia. Pur
stabilendo le differenze, non negò mai le somiglianze. Non ebbe, infatti, il coraggio –
che per esempio ha dimostrato Viviani – di affermare decisamente che la psicanalisi non
è psicoterapia. Interpretati in termini insiemistici, per Freud i rapporti tra psicanalisi e
psicoterapia sono quelli di due insiemi distinti ma non disgiunti. La loro intersezione
(cioè la parte comune) non è vuota. Chi scrive ritiene che sia finalmente giunto il
momento di correggere la debolezza freudiana, magari formulando un’affermazione
logicamente più complessa. Affermando, cioè, che l’intersezione tra psicanalisi e
psicoterapia è in generale (a priori) vuota, anche se in qualche singolo caso può non
esserlo, precisamente nei (rari) casi in cui (a posteriori) la ricerca psicanalitica ha
successo come ricerca scientifica e quindi come terapia.
Più gravida di conseguenze negative fu l’inerzia medicale di Freud a livello teorico.
Per capire bene tutta la gravità dell’esitazione freudiana a uscire dal discorso medico,
bisogna partire da un fatto epocale incontestabile. Freud ebbe un’intuizione scientifica
strepitosa, al limite dell’autocontraddizione, ma giusta e soprattutto feconda di
conseguenze teoriche e pratiche. Intuì che esiste un sapere che non si sa di sapere. Lo
chiamò inconscio. Intuizione, come sostengo, insieme teorica e pratica. Infatti, la
formulazione teorica estesa recita: esiste un sapere che non si sa di sapere ancora. La
pratica della psicanalisi agisce su quell’ancora, trasformando parte di quel sapere che
ancora non si sa in sapere che si sa. Come? Elaborando, grazie a un’originale tecnica
interpretativa, gli indizi epistemici presenti negli scarti della vita psichica quotidiana: i
sogni, i lapsus, i sintomi e soprattutto importante per la pratica della cura il transfert
odioamoroso sull’analista.
Ho tratteggiato la logica non aristotelica del processo analitico nel mio saggio Una
matematica per la psicanalisi. L’intuizionismo di Brouwer da Cartesio a Lacan.9 Lì
dimostro che la logica inconscia, pur non essendo aristotelica, non è contraddittoria,
come si potrebbe incautamente inferire da certe sommarie affermazioni freudiane
sull’assenza di contraddizione nell’inconscio (per es. nel saggio metapsicologico
sull’Inconscio del 1915) o addirittura sull’inconscio che sarebbe il regno dell’illogica
(nel Compendio di psicanalisi, postumo). La logica dell’inconscio è affatto logica, ma
non in senso classico. Si tratta, infatti, di una logica molto vicina alla logica
intuizionista, proposta da Brouwer (dal 1908 al 1954) e formalizzata dall’allievo
Heyting (1930), dove non valgono i principi aristotelici del terzo escluso e della doppia
negazione, che fondano il binarismo logico forte con la sua reversibilità automatica tra
vero e falso (il contrario del vero è ipso facto il falso, il contrario del falso è ipso facto il
vero). Tale carenza o indebolimento non è un difetto. In realtà è un guadagno. Infatti,
l’intuizionismo trasforma la logica classica, che è una logica atemporale, in logica del
tempo di sapere (il contrario del falso sarà il vero… a suo tempo, quando avrai saputo
dimostrarlo).
Che poi si tratti della stessa logica della scoperta scientifica, congetturale e
provvisoria (cioè fino a prova contraria), non esclude che possa anche essere la logica
dell’inconscio, della clinica psicanalitica e del processo di cura. Cura, ovviamente, non
da intendere nel senso medico di aggiustamento o di restituzione di uno status quo ante,
che non è mai esistito, perché è la cura dell’intelletto (nous). Scientificamente parlando,
la “terapia” psicanalitica non ha nulla della terapia medica di una malattia. Si tratta di
una vera e propria emendatio intellectualis nel senso spinoziano del termine, ai confini
della metanoia auspicata dai grandi riformatori dello spirito, Gesù di Nazareth non
escluso. Insomma, la “terapia” psicanalitica non è una vera terapia. Non riporta a un
vecchio stato psichico, intellettuale e affettivo, che si era perso o compromesso, ma
porta a uno stato soggettivo nuovo, che il soggetto può sperimentare a volte con
sollievo, a volte con timore, a volte persino con repulsione (sic).
Ebbene, di tutto ciò nella metapsicologia freudiana esistono accenni dispersi e vaghi
– ma esistono, altrimenti non avremmo potuto rintracciarli! – sepolti come sono
all’interno di una vasta costruzione di stampo prescientifico, precisamente medicale,
dominata dal principio di ragion sufficiente o principio eziologico.
La nozione di causa spadroneggia nelle 7000 pagine delle Sigmund Freud
Gesammelte Werke, per non parlare dell’altrettanto voluminoso epistolario. In estrema
sintesi, secondo Freud la causa è sempre attivamente presente: all’inizio, durante e al
termine del processo psichico. All’inizio funziona da causa efficiente. L’eziologia
dell’isteria sarebbe dovuta a certe “scene sessuali infantili”, che costituirebbero il
trauma soggettivo per eccellenza, quando, pur vissute senza partecipazione nella
primissima età, diventano partecipate in modo nevrotico, e quindi agiscono da trauma,
solo all’epoca del risveglio puberale della sessualità.10 Durante il processo psichico la
causa agisce come “forza costante della pulsione sessuale”, che nasce nella zona
erogena somatica e tende a soddisfarsi sull’oggetto (praticamente un oggetto qualsiasi).
La pulsione sessuale è la causa finale aristotelica. Essa polarizza tutto il processo
psichico al telos del soddisfacimento. Ma la vera causa finale, al termine del processo
psichico, è la pulsione di morte della seconda topica freudiana, in parte ancora oggi
incomprensibile, dove agisce una pulsione, cioè ancora una causa, che porta
all’aumento dell’entropia psichica: prima al livellamento delle tensioni intrapsichiche e
poi al loro azzeramento.
Intendiamoci, non sto stigmatizzando il discorso della causa. Nel suo ambito è un
discorso valido. Nell’ambito medico, per determinare le cause di malattia o agenti
patogeni, la nozione di causa è imprescindibile. In ambito giudiziario, per determinare il
colpevole del reato, la nozione di causa è insostituibile. Segnalo en passant che si può
dimostrare l’isomorfismo dei criteri eziologici adottati sia nell’indagine medica sia in
quella poliziesca. Lo sapeva bene Conan Doyle, medico e scrittore di gialli. Lo sa bene
anche la cultura accademica, a cui rimando.11 Il mio punto è un altro e precisamente che
non si danno cause nel discorso scientifico e, viceversa, che, se di dà discorso
eziologico, in particolare medico (ma non mancano psicanalisti che titillano il discorso
giuridico), si esce dalla scienza.
La destituzione del valore scientifico del principio di ragion sufficiente è merito del
filosofo scozzese David Hume,12 ripreso nel secolo scorso dal falsificazionismo di
Popper. Non sto a ripetere la classica dimostrazione humeana dell’impossibilità di
indurre l’infinito (il sole sorgerà ancora) dal finito (il sole è sorto finora). Segnalo solo
un corollario che ne consegue ed è pertinente al nostro discorso. Hume dissalda il
“dover essere” dall’“essere”. Se il “dover essere” coincidesse con l’“essere”, il
determinismo sarebbe assoluto. In tal caso non solo non ci sarebbe più scienza, ma
neppure libertà, quindi neppure etica. Questo concetto mi sembra vada coraggiosamente
difeso in tempi in cui persino un teologo di razza, il nostro amatissimo pontefice,
sostiene che la scienza non può elaborare l’etica. La scienza, per quanto congetturale,
provvisoria e indeterministica possa oggi essere (e ringraziamo il cielo che sia
congetturale, provvisoria e indeterministico) è la condizione necessaria perché l’etica
sia possibile. Detto alla Freud – scienza ed etica (o libertà) insieme stanno e insieme
cadono. Detto alla Kant – la scienza, in quanto attività libera, è la condizione
trascendentale dell’etica. Per chi voglia leggere pagine appassionanti sulla libertà del
moderno soggetto della scienza rimando al saggio giovanile di J-P. Sartre La liberté
cartesienne.13
Non mi soffermo neppure sulla tesi inversa, cioè che la medicalizzazione della
psicanalisi, operata da varie istituzioni psicanalitiche, ma soprattutto da quella freudiana
ortodossa, ne ha definitivamente compromesso la scientificità. Il fenomeno è evidente
per tutti. Mi limito a rimandare al mio saggio Tuttobeneverosì! Sulla medicalizzazione,
o le vicissitudini di una relazione di inganno.14 Segnalo solo una deplorevole
conseguenza di questa operazione. Agendo con un’involontaria concertazione, le varie
istituzioni e scuole di formazione psicanalitica hanno inquinato il contesto culturale con
definizioni confuse del rapporto tra psicanalisi e psicoterapia, culminanti nell’equazione
implicita psicanalisi = psicoterapia. Il risultato è che l’utente dell’offerta “psi” non sa
più che pesci pigliare. “Faccio una psicanalisi? Faccio una psicoterapia”. Nel dubbio si
affida all’amico che ha fatto qualche esperienza in proposito per avere lumi. È come
tirare una monetina. Si verifica addirittura il caso non raro di qualcuno che chieda
un’analisi malgré soi, in via del tutto preterintenzionale.
La psicanalisi è una scienza dell’ignoranza
Ammettiamo, allora, che per uscire dal discorso medicale occorra che la psicanalisi
abbandoni il territorio eziologico. Sì, ma per dirigersi verso quale scienza? Cosa si può
dire in positivo? Prima di affermare il positivo, indugio ancora un attimo nel negativo,
per approfondirlo hegelianamente.
Passiamo in rassegna un elenco parziale delle scienze vigenti per vedere se esistono
eventuali candidati a rappresentare la scientificità della psicanalisi.
Deve essere una fisica la psicanalisi? Evidentemente no. La fisica è quantitativa, la
psicanalisi è qualitativa. La fisica classica tratta le quantità con l’algoritmo delle
equazioni alle derivate parziali. La fisica quantistica tratta le quantità con la teoria degli
spazi di Hilbert e dell’analisi complessa. Nessuna delle due formalizzazioni si adatta
alla metapsicologia freudiana. Tuttavia, è bene che la psicanalisi recepisca qualcosa
dell’impostazione indeterminista della fisica moderna. In questo senso meglio di Freud,
che rimase rigidamente determinista, si mosse Jung, esplorando territori epistemici dove
non vale la teoria classica delle probabilità, per tentare di analizzare le combinazioni
uniche e irripetibili, apparentemente spontanee della vita psichica, che non rientrano
nella legge stocastica dei grandi numeri.
Deve essere una biologia la psicanalisi? Evidentemente no, nonostante i pesanti
riferimenti di Freud alla biologia selezionista di Weisman per giustificare la cosiddetta
seconda topica. La psicanalisi può essere biologica solo in senso metaforico. Gli effetti
propri della biologia sulla psiche, sfruttati dalla terapia farmacologica delle malattie
mentali, sfuggono al setting psicanalitico, mentre gli effetti della psiche sulla biologia
del corpo rimangono per ora largamente congetturali. È la congettura, interessante per le
prospettive di studio che apre, ma tuttora non sufficientemente dimostrata, di Eric
Kandel, che vinse il Nobel nel 2000 per aver studiato la plasticità sinaptica e la memoria
neuronale, in varie condizioni, compresa quella psicoterapica. Tuttavia, è bene che la
psicanalisi recepisca qualcosa dei presupposti della biologia di Darwin, soprattutto per
quanto riguarda la variabilità, grazie alla quale ogni caso è un caso singolo. Affermo
questo per mettere in guardia dai facili entusiasmi di chi oggi auspica la confluenza tra
psicanalisi e neuroscienze, come ai tempi di Freud c’era che auspicava la confluenza tra
psicanalisi e endocrinologia. Le neuroscienze e l’endocrinologia sono ancora troppo
poco darwiniane per diventare scienze psicanalitiche.
Deve essere un’economia la psicanalisi? Evidentemente no, nonostante Freud abbia
tentato, per lo più empiricamente e a tentoni, di costruire un’economia psichica basata
su un fattore quantitativo non direttamente misurabile, l’energia psichica o libido,
fondamentalmente sessuale. Tuttavia, è bene che la psicanalisi recepisca qualcosa della
moderna impostazione data all’economia dalla teoria dei giochi, soprattutto di quelli
cooperativi a somma diversa da zero, dove o tutti perdono o tutti vincono. Tale
approccio è orientato a definire comportamenti razionali non assolutamente categorici
ma plausibili. È chiara l’importanza di tale approccio per orientare e valutare gli effetti
terapeutici della psicanalisi, visti dal punto di vista della riforma dell’intelletto, di cui ho
parlato sopra.
Deve essere una sociologia la psicanalisi? Qui la mia risposta comincia a essere
positiva. Il riferimento è ancora una volta all’autorità di Freud, ma questa volta per
accogliere il suo indirizzo. Dopo la svolta del 1920, Freud abbandonò definitivamente la
problematica psicoterapeutica nelle mani degli allievi per dedicarsi alle “sue” scienze da
sempre predilette, le Kulturwissenschaften. Nel 1921 pubblicò La psicologia delle
masse e l’analisi dell’Io, dove dimostrò la continuità tra processi psichici individuali e
collettivi, soprattutto grazie alla comune energia psichica, che mette in moto gli stessi
meccanismi psichici, in particolare l’identificazione. È chiaro che identificare la
psicanalisi alla psicoterapia mira a introdurre una soluzione di continuità tra collettivo e
individuale. Non si può mettere fisicamente sul lettino tutta la società, mi dicono i
solerti psicoterapeuti. Così perdono la chance di analizzare l’innamoramento a due
come si analizza l’infatuazione delle masse per il loro leader (o viceversa).
E vengo all’ultima domanda che mi porta definitivamente in terreno positivo. Può
essere una matematica la psicanalisi? La mia risposta è sì (sic). La psicanalisi può essere
matematica perché, come la matematica, la psicanalisi è esercizio di sapere. In
matematica si dimostrano teoremi a partire da assiomi. In psicanalisi si analizzano
sintomi a partire da fantasmi fondamentali. La psicanalisi può essere matematica: pura a
livello metapsicologico e applicata a livello clinico. A una condizione semplice e
precisa, però. Non si devono trasferire alla psicanalisi le matematiche, prevalentemente
quantitative, già in uso nelle altre scienze. Ne risulterebbe una scienza fittizia dove
valgono analogie matematiche, per lo più forzate, come nel caso della topologia delle
superfici applicata da Lacan alla propria dottrina per renderla meglio trasmissibile ai
suoi allievi. Si deve, invece, inventare (o reinventare) una matematica qualitativa,
specifica per la psicanalisi.
Come procedere? La risposta è semplice: attraverso assiomatizzazioni (per l’aspetto
sintattico della teoria) e modelli (per l’aspetto semantico della teoria e per
l’applicazione pratica alla clinica). Procedendo per questa via si tratta di inventare una
matematica nuova, prevalentemente qualitativa, specifica per la psicanalisi, come fecero
von Neumann e Nash per la teoria dei giochi e Arrow e Sen per la teoria economica
delle scelte razionali. Nel mio saggio allegato Una matematica per la psicanalisi tento
questa via, reinterpretando in termini psicanalitici la logica intuizionista e derivando i
teoremi psicanalitici dall’assioma “esiste un sapere che non si sa di sapere”.15
Basterà l’opzione assiomatica a superare il fallimento di Freud nel proporre la
propria “scienza nuova” come scienza? Spero di sì.
Scendo in maggiori dettagli per mostrare come si concretizza questo processo di
matematizzazione della psicanalisi. Tanto per intenderci, se esiste un sapere che non si
sa di sapere, questo vuol dire che le scienze che ne trattano, la psicanalisi in particolare,
saranno scienze dell’ignoranza. In particolare la psicanalisi sarà una scienza “dura”
dell’ignoranza. Infatti, tratta un’ignoranza indelebile, protetta e consolidata com’è dalla
rimozione primaria (Urverdrängung), cioè una rimozione che non si cancella mai e il
cui contenuto non affiora mai del tutto alla coscienza. La si potrebbe chiamare
“ignoranza essenziale”. Freud non lo dice in questi termini. A più riprese parla di
Wissentrieb o pulsione al sapere. Ma la pulsione sessuale è secondo Freud solo
debolmente saldata (verlötet) all’oggetto, e non perfettamente adeguata ad esso. Quindi,
insieme al sapere c’è spazio per il non sapere. La mia formulazione, pur rimanendo
fedele allo spirito freudiano, è più scientifica, in quanto non convoca alcun principio
eziologico.
Tentando un approccio assiomatico, direi che qualsiasi scienza dell’ignoranza
dovrebbe contenere almeno un assioma del tipo:
Esiste un sapere che non sai di sapere.
Freud lo chiamava “inconscio”, quel sapere. Io preferisco chiamarlo con il classico e
più familiare nome di “verità”. Perché? Ho dalla mia motivi strutturali. Essi risalgono al
teorema di incompletezza di Gödel, secondo cui in ogni sistema formalizzato,
sufficientemente espressivo da includere l’aritmetica, esiste una verità che, se il sistema
è coerente, non sai decidere se è vera o falsa (indimostrabile e inconfutabile). Nell’ottica
di una nuova matematica psicanalitica, che intenda la logica come logica temporale e il
tempo come tempo di sapere, l’assioma dell’inconscio si riformulerebbe così:
Per ogni enunciato X esiste un sapere di X che non sai ancora di sapere.
Studiando il calcolo proposizionale intuizionista, ho notato che esistono operatori
epistemici che si comportano come il sapere non saputo: sono le tesi classiche non
intuizioniste, come il principio del terzo escluso, il terzo escluso in forma debole, la
legge di cancellazione della doppia negazione e tante altre (infinite?). Quali sono gli
effetti di questi operatori? In parte sono effetti paradossali. Vediamone da vicino uno.
Assumendo come operatore epistemico il principio del terzo escluso, che trasforma
ogni enunciato X in X vel non X, vale il teorema, che mo piace chiamare teorema di
Cartesio per via della certezza guadagnata attraverso l’incertezza:
se non sai di X, allora sai di X.
Essendo assiomaticamente vero che non esiste un sapere di X, per modus ponens segue
che nel sistema “verità” anche sapere di X è vero. Tanto giustifica la mia definizione del
mio assioma come “assioma verità”. Infatti, questo non sapere è un sapere falso che
produce sapere vero.
Ma qualcuno potrebbe obbiettarmi: “Non sei caduto in contraddizione”? Non ancora.
Questo è il paradosso apparente: nel sistema intuizionista sapere e non sapere non sono
in contraddizione, ma si continuano l’uno nell’altro gradualmente. Non entro in merito
ai rapporti filosofici tra contraddizione e reale. Tanto basta per riconoscere la fecondità
dell’approccio assiomatico, in particolare intuizionista. Infatti, grazie alla sospensione
del terzo escluso, l’intuizionismo sfiora la contraddizione senza adottarla. La lascia
come punto limite alla frontiera del sistema. Questa è una notevole correzione alla
metapsicologia freudiana, dove il sistema inconscio ammette la contraddizione al
proprio interno, rischiando di farlo esplodere nel tutto e contrario di tutto.
Come si declina questa teoria nella varietà delle formazioni dell’inconscio e nella
molteplicità praticamente infinita dei casi clinici? Tutte le formazioni dell’inconscio si
presentano come delle proposizioni false da cui l’analisi sa trarre una verità. È falso il
sogno con le sue rappresentazioni irrealistiche. È falso il lapsus che è materialmente un
errore di linguaggio. È falso il sintomo che è un falso godimento. È falso il transfert
sull’analista che è un falso amore, per lo più di copertura dell’odio. Il lavoro analitico,
in questo caso scientifico e del tutto equivalente a quello dello scienziato che dimostra e
corregge le ipotesi di lavoro che circolano nella sua comunità, il lavoro analitico –
dicevo – consiste nel trasformare il falso in vero, porgendo la verità del sogno (il
desiderio), la verità del lapsus (la verità che sfugge), la verità del sintomo (il vero
godimento), la verità del transfert (l’odio dietro l’amore). Sul valore del falso nella
scienza psicanalitica come preliminare del vero ho discusso in un saggio pubblicato
sulla rivista elvetica di psicanalisi Riss.16
Alla scienza si resiste
Ma non sono tutte rose e fiori. La transizione scientifica dal falso al vero non è né
lineare nello spazio psichico né omogeneo rispetto al tempo del sapere. Va incontro a
deviazioni, per non dire regressioni, nel primo, e a rallentamenti, per non dire blocchi,
rispetto al secondo. Il termine tecnico introdotto da Freud per il processo psicanalitico è
resistenza. Il paziente resiste ad accettare le interpretazioni dell’analista che gli “spiega”
il funzionamento dell’inconscio, dal cui misconoscimento deriva il comportamento
nevrotico. Secondo Freud, il bravo psicanalista sa superare e/o aggirare le resistenze del
paziente, soprattutto quelle che derivano dal pseudoamore di transfert.
Allargando la visione medicale di Freud, che vede le resistenze all’analisi come
risultato di conflitti tra diverse province psichiche – una visione antropomorfa e poco
scientifica – si può dire che la resistenza all’analisi è una forma di volontà di ignoranza.
Si resiste in quanto non si vuole sapere, ma si preferisce restare ignoranti (nolontà di
sapere). In quanto tale, il fenomeno della resistenza al sapere è un fenomeno elementare
– spontaneo e originario – specifico delle scienze dell’ignoranza, come la caduta dei
gravi è il fenomeno elementare – spontaneo e originario – comune a tutte le scienze,
non solo specifico di quelle fisiche, inaugurate da Galilei.
In questa visione della resistenza, depurata da considerazioni immaginarie sulle
vicende biografiche del soggetto, rientra anche la resistenza all’analisi dell’analista. Lo
sa bene chiunque abbia avuto esperienze di analisi di controllo, sia da controllore sia da
controllato. La resistenza degli analisti all’analisi fu l’idolo polemico di Jacques Lacan.
Purtroppo, infatuato dalla polemica, Lacan dimenticò di definire il contenuto della
resistenza degli analisti. La mia proposta di psicanalisi come scienza dà un contenuto
concettuale alla resistenza alla psicanalisi. Sarebbe un caso particolare di resistenza alla
scienza.
Viste così le cose, il termine “resistenza” perde ogni connotazione negativa. La
resistenza alla scienza è un fenomeno normale del processo scientifico. Resistono alla
scienza persino gli scienziati. Gli esempi non mancano e alcuni sono eclatanti. Newton
inventò una forma di calcolo infinitesimale ma non lo usò nei Principi di filosofia
naturale per dimostrare in poche battute l’ellitticità delle orbite dei pianeti. Ricorse a
una pesante dimostrazione euclidea, comprensibile solo ai professori di geometria.
Einstein battagliò per tutta la vita con Niels Bohr contro la fisica quantistica in quanto
scienza indeterministica. “Dio non gioca a dadi”, era il suo motto. Paradossalmente i
frutti della polemica einsteiniana contribuirono significativamente al progresso della
fisica quantistica. Freud non citò mai Mendel, i cui scritti erano rientrati in circolazione
ai primi del Novecento, quando Freud scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale. Il suo
referente biologico era Weisman, che oggi quasi nessuno ricorda. Ma la specifica
resistenza ala scienza di Freud fu la resistenza alla propria stessa invenzione. Freud
realizzò un’invenzione scientifica strepitosa. Inventò l’inconscio, cioè un sapere che
non si sa di sapere. Ma, quasi spaventato dall’enorme portata di questa invenzione,
versò il vino nuovo in otri vecchi. Imbottigliò la psicanalisi nei contenitori della
medicina. Formulò una metapsicologia eziologica e finalistica (finalizzata alla terapia)
che compromise l’evoluzione della psicanalisi e favorì l’ambigua riduzione di
psicanalisi a psicoterapia. Se oggi leggiamo che “autorevoli esponenti del settore
affermano che la differenza tra psicoanalisi e terapia psicoanalitica non ha più senso di
esistere”, in non piccola parte la responsabilità è anche del fondatore della psicanalisi.
Gli otri vecchi hanno resistito, ma il vino nuovo è svaporato. La conseguenza, rilevante
per il nostro discorso, è che l’impianto eziologico della medicina non solo ci fa perdere
la psicanalisi, ma attraverso l’ambiguità della causa finale, rappresentata dalla finalità di
cura, giustifica l’ambiguità dell’equazione psicanalisi = psicoterapia, che abbiamo
trattato fin qui. Insomma, la resistenza alla scienza non si limita a ostacolare il discorso
scientifico, ma promuove i discorsi alternativi alla scienza contro la scienza.
Ho parlato del fenomeno della resistenza alla scienza e delle sue possibili
interpretazioni nel mio libro, recentemente uscito in Austria da Turia+Kant con il titolo
Die unendliche Subversion (La sovversione infinita). L’assunto fondamentale è che la
cultura umanistica (storico-filosofica) oggi prevalente esercita una particolare e subdola
resistenza alla scienza, identificandola con la tecnica. Gli autori francesi parlano in
massa di tecnoscienza. Heidegger sostiene che la scienza non pensa perché è mera
applicazione tecnica di un metodo predefinito. Non dovrebbe meravigliare, quindi, che,
se la psicanalisi è una scienza, “autorevoli esponenti” si premurino di sostenere che “la
differenza tra psicoanalisi e psicoterapia non ha più senso di esistere”. L’identificazione
della psicanalisi alla psicoterapia è solo un caso particolare dell’identificazione della
tecnica alla scienza. Qui voglio solo segnalare una conseguenza teorico-pratica della
mia impostazione. Come per la colomba di Kant la resistenza dell’aria è necessaria a
volare, la resistenza alla scienza è necessario al soggetto della scienza per produrre
nuove teorie scientifiche. Questo risultato – il progresso scientifico – non è garantito.
Grazie alla resistenza alla scienza il progresso scientifico può fallire, ma senza
resistenza non ci sarebbe neppure progresso scientifico. Un esempio? La formulazione
gradualista dell’evoluzionismo darwiniano – la peculiare forma di resistenza di Darwin
alla propria stessa scoperta – produsse nella teoria dell’evoluzione più contraccolpi
negativi che risultati positivi, non meno della formulazione eziologica della
metapsicologia freudiana, che ha ostacolato il progresso scientifico della psicanalisi più
di quanto auspicassero i suoi detrattori. La resistenza all’evoluzionismo si chiama
creazionismo, la resistenza alla psicanalisi psicoterapia.
Ma non bisogna perdersi d’animo. Come ogni scienza, anche la psicanalisi lavora
essenzialmente con e attraverso i propri fallimenti. Essendo scientifica, la psicanalisi
non segue il criterio prescientifico di verità come adeguamento dell’intelletto alla cosa.
La scienza si adegua solo alla propria erranza. Alcune erranze portano a qualcosa di
nuovo, sono le erranze scientifiche. Altre non portano a nulla. Ma non per questo sono
inutili. Servono a esplorare nuove forme di erranze che probabilmente saranno feconde
in un secondo tempo. Voglio concludere questo discorso così: il criterio di verità della
scienza moderna, che è congetturale, è la fecondità. Nella scienza è vero ciò che
produce nuova scienza. “Dai frutti riconoscerete l’albero”, diceva un certo Gesù. Ma va
aggiunto: bisogna avere la pazienza di aspettare i frutti.
Le etiche particolari della psicanalisi
Prima di passare all’analisi del caso in giudizio, vorrei concludere la parte
“scientifica” della mia argomentazione con una considerazione sull’etica della
psicanalisi.
Conosciamo le posizioni correnti. Sono molto semplici da formulare, essendo
negative. La scienza non ha un’etica autonoma. Alla scienza l’etica, con i conseguenti
limiti per la ricerca scientifica, va imposta dall’esterno. L’operare scientifico sarà
sottoposto a giudizio della coscienza, della fede, della tradizione, ecc. L’uomo di
scienza non è libero di operare, quindi, non ha accesso alla morale del proprio operato.
Un “autorevole esponente” di questa concezione è niente di meno che l’attuale
Pontefice. Al quale e a tutti i suoi devoti, atei e non atei, chiedo: “Come può un uomo
non libero avere una propria morale?”. Avrà al massimo una deontologia, cioè un
codice di comportamento eterostabilito, a cui conformare il proprio comportamento. Nei
confronti di questi intolleranti alla scienza – ripeto, atei e non atei – noi uomini di
scienza dobbiamo praticare la tolleranza. Dobbiamo compatire il loro errore e capire che
la loro ristretta ottica morale consegue alla riduzione della scienza a tecnica.
Nella presentazione della psicanalisi come scienza l’ottica cambia. Con la scienza
siamo in regime di libertà, quindi ipso facto in regime morale. In particolare, se la
psicanalisi è una scienza, essa possiede un’etica propria, addirittura una classe di etiche.
Anche noi abbiamo la nostra equazione, ma non più implicita, bensì esplicitamente
formulata: scienza = libertà. Il principio morale che ne consegue ha un sapore
evangelico: “La scienza vi farà liberi”. Forti di questa acquisizione, siamo attrezzati per
fare un passo avanti nella direzione indicata da Cesare Viviani.
In pratica il teorema è implicito in quanto già detto. Se la psicanalisi è una scienza
dell’ignoranza, la sua etica sarà un’etica dell’ignoranza. Come si configurerà? Non è
difficile fornire una prima risposta che orienti sulla proprietà caratteristica della classe
delle etiche scientifiche. Il plurale è già un segno di non categoricità. Se l’ignoranza è
un sapere incompleto, le etiche che ne discendono saranno anch’esse più o meno
incomplete, in funzione del sapere da cui traggono origine. Ogni sapere avrà la sua
etica. Saranno etiche “provvisorie”, non fondate su principi primi generalissimi.
Saranno etiche particolari, molto simili all’etica par provision proposta da Cartesio nel
suo Discorso sul metodo (Terza parte). Non saranno, in altri termini, etiche categoriche,
fondate su leggi morali universali, magari su un’unica legge assoluta.
Le conseguenze di questa impostazione per il giudizio morale e metamorale (il
giudizio sul giudizio morale) sono interessanti. La prima e maggiormente rilevante, ma
anche la più difficile da accettare, è che, se ti riconosci ignorante, devi essere disposto a
riconoscerti responsabile anche di quello che non sai. L’esempio offerto dalla pratica
analitica è emblematico di questa situazione di indeterminazione. Tu chiedi una
psicanalisi a uno psicanalista. Chiedi qualcosa che non sai cos’è né dove ti porterà. Sai
solo che è un lavoro sulla tua propria ignoranza. Devi, quindi, essere disposto ad
accettare il punto di arrivo, imprevedibile a priori, del tuo percorso, quando (una
piccola) parte della tua ignoranza si sarà tolta e trasformata in sapere.
La seconda conseguenza è stata ben illustrata da diversi moralisti: dal Nietzsche della
Genealogia della morale (1887) al Lacan del Settimo seminario (1960). L’etica
dell’ignoranza non è un’etica dei valori, che non conosci, né tanto meno del Sommo
Bene, che sta fuori dal tuo campo epistemico. Valori e Sommo Bene determinano l’etica
categorica, che secondo Nietzsche è un’etica servile. I valori che devi categoricamente
rispettare sono quelli imposti dal padrone. Lungo questa linea di transvalutazione dei
valori, nella sua Lettera sull’‘umanismo’ (1946) Heidegger arriverà a dire che i valori
sono una bestemmia dell’essere. Per le considerazioni giuridiche sul tema della
“tirannia dei valori”, rimando al saggio di Carl Schmitt, recentemente pubblicato da
Adelphi.17
Ma cosa si può dire in positivo di questa etica “provvisoria” da valutare dalle
conseguenze a posteriori, piuttosto che dai presupposti a priori? È un’etica
completamente indeterminata, prive di massime e di principi? No, solo che sono
principi epistemici: fanno dipende il dover essere dal dover sapere, il quale è in generale
problematico. Il principio che trovo più conforme alla mia pratica di psicanalista fu
formulato nel 1937 da Robert Musil a conclusione della sua conferenza Sulla stupidità,
che era il suo modo di parlare dell’ignoranza: “Fai bene quanto puoi e male quanto
devi”. Devi necessariamente fare male – dice Musil – perché inevitabilmente ti scontri
con la stupidità tua e degli altri, essendo l’etica il rapporto fondamentale con l’altro (a
cominciare dall’altro che tu stesso sei per te). Ma ciononostante puoi sempre fare
qualcosa di buono. Non molto, naturalmente. Per esempio, lo psicanalista può ascoltare
il soggetto nella seduta psicanalitica.
La psicoterapia è una tecnica
Tutt’altro discorso va fatto per la psicoterapia. Qui il fallimento, anche etico oltre che
scientifico, è definitivamente un fallimento. E si spiega perché. La psicoterapia è una
tecnica consolidata che si tratta semplicemente di applicare. (In morale la psicoterapia è
una deontologia, protetta da un ordine professionale). Se si sbaglia ad applicarla è
scontato che non si ottenga il risultato voluto. Ma il risultato mancato non è stimolo,
.come nella ricerca scientifica, per l’invenzione di nuove tecniche. Il risultato sbagliato è
semplicemente sbagliato e tutto va rifatto da capo. Se sbagli la titolazione di un
anticorpo, perché la temperatura del termostato era troppo alta, devi semplice rifare
tutto il procedimento alla giusta temperatura. Il punto da ritenere è che qualunque
tecnica viene applicata per raggiungere un obiettivo. Il discorso tecnico è
intrinsecamente eziologico, per la precisione finalistico, a differenza del discorso
scientifico che non ha un telos preciso se non il proprio proseguimento. Il fine della
tecnica è l’ottenimento del risultato previsto, per il quale è congegnata.
Cito dal manuale di un famoso neuroscienziato, Joseph LeDoux, insegnante al New
York University’s Center for Neural Sciences, la seguente definizione di psicoterapia,
non sospetta di psicanalismo: “La psicoterapia è un processo di apprendimento per i
suoi pazienti e, in quanto tale, un modo di modificare l’assetto delle connessioni
cerebrali” (J. LeDoux, Il Sé sinaptico, trad. M. Longoni e A. Ranieri, Raffaello Cortina,
Milano 2002, pp. 416-417). Insomma, anche per il neuroscienziato la psicoterapia
applica risultati scientifici, ottenuti altrove, non ne produce di nuovi. Realizza un
apprendimento secondo modelli forniti dalle neuroscienze. Non propone modelli nuovi.
È una tecnica, non una scienza.
Giustamente, allora, la società civile si cautela affinché le diverse tecniche – mediche
o ingegneristiche, giuridiche o economiche – siano tenute sotto controllo da istituzioni
ad hoc, le quali hanno il duplice compito di formare gli operatori e di valutare la
corretta applicazione dei principi guida, come si chiamano in medicina le direttive
tecniche. Formazione scolastica, prima dell’applicazione sul campo, e controllo di
qualità, durante l’applicazione alla realtà, sono i pilastri su cui poggia l’operare tecnico
o tecnologico, quello psicoterapeutico compreso.
La psicanalisi, sganciatasi molto presto dal progetto scientifico freudiano, è diventata
una tecnica psicoterapica come le altre e tra le altre amministrata e somministrata da
agenzie professionali, riconosciute dallo Stato. “What’s psychoanalysis?” si chiede una
delle prime FAQ nel sito della International Psychoanalytical Association. Risponde il
catechismo: “Psychoanalysis is a therapy”. Giustamente, allora, la legge 56/89
regolamenta la tecnica psicoterapica, quindi anche la psicoterapia psicanalitica. Il
ragionamento non fa una grinza. Le grinze cominciano quando si pretende
regolamentare la psicanalisi come scienza. Per definizione la scienza non è
regolamentabile, perché non esiste un metodo scientifico costituito a priori, come ha
efficacemente dimostrato Feyerabend contro quel che ne pensano filosofi di rango come
Heidegger. Non sto dicendo che non ci voglia formazione per diventare uomo di scienza
o psicanalista. Sto dicendo che la formazione scientifica non si riduce alla formazione
del perito industriale, del tecnologo o dello psicoterapeuta. Tutto va bene per fare
scienza, sostiene ancora Feyerabend. Quindi, al limite, bisogna fare esperienza di tutto
per diventare scienziato o psicanalista. Ciò stabilisce la singolare mancanza di
reciprocità tra scienza e tecnica. La scienza ha bisogno di tecnica per le sue scoperte e a
volte inventa delle tecniche che verranno impiegate per scopi diversi da quelli originali
(exadattamento). Ma la tecnica non ha bisogno di scienza. Per applicare una tecnica
basta seguire correttamente la procedura stabilita altrove, a livello scientifico o
banalmente empirico, senza timori di incontrare sorprese. La tecnica è un discorso
conchiuso, direi morto. La scienza è un discorso in divenire, direi vivo. La tecnica è un
viaggio programmato verso il noto. La scienza, invece, è un viaggio verso l’ignoto,
realizzato con gli autoveicoli più diversi. C’è chi va a piedi e chi si muove con
l’elicottero. C’è addirittura chi sta fermo, registrando quel che passa lungo il fiume della
vita, magari fantasticando quale sarà il prossimo passaggio. Lo psicanalista assomiglia
molto a quest’ultimo tipo di ricercatore, chiamiamolo ricercatore passivo. “Passivo”
vuol dire non dotato di una tecnica attiva, per esempio strumentale. Comunque sia,
davanti al giudice è importante affermare che identificare scienza e tecnica, nella
fattispecie psicanalisi e psicoterapia, significa ammazzare (erschlagen, diceva Freud) la
scienza, rispettivamente la psicanalisi. Ripeto: sorvolo sulla questione del cui prodest
identificare psicanalisi e psicoterapia, per non entrare in polemica con il discorso
correntemente proposto dalle istituzioni psicanalitiche e/o psicoterapeutiche. Per un
giudizio sereno sul fenomeno, può bastare il suo inquadramento strutturale come
espressione della resistenza alla scienza.
Lieto fine?
A distanza di quasi un anno vengo a sapere che la mia relazione non è stata usata
dagli avvocati difensori dello psicanalista accusato di esercizio abusivo della
professione psicoterapica. Ecco l’inverosimile perché:
perché giudicata troppo “colta” per un giudice di provincia.
Siccome quella relazione non era basata sul presupposto di ignoranza del giudice,
sento la necessità della seguente precisazione.
Il mio argomento è semplice. Si basa su due premesse:

  1. la psicanalisi è una scienza (in quanto tale mira al nuovo);
  2. la psicoterapia non è una scienza (in quanto tale applica il vecchio);
    e due conclusioni:
  3. chi pratica la psicanalisi non pratica la psicoterapia:
  4. chi pratica la psicanalisi non può essere accusato di esercizio abusivo della
    psicoterapia non solo di fatto ma in linea di principio.
    Anche un giudice di provincia può recepire l’argomentazione.
    Cosa dire di più? Registro il fatto sopra riferito come qualcosa di più di una semplice
    censura all’attività culturale di uno psicanalista, che fa la teoria della propria pratica. È,
    infatti, l’ulteriore conferma – se ce ne fosse mai stato bisogno – della resistenza della
    società civile alla scienza. In particolare, ribadisce la resistenza alla scienza del discorso
    giuridico. Molto ragionevolmente il diritto è guardingo e diffidente nei confronti di due
    caratteristiche della scienza:
    a. l’incompletezza,
    b. la confutabilità.
    Il diritto ha buoni motivi per opporsi all’eventualità che queste due condizioni
    scientifiche si applichino a sé. Infatti,
    a’. se la “scienza” giuridica fosse incompleta, esisterebbero dei casi che non
    rientrano nella sua giurisdizione;
    b’. se la “scienza” giuridica fosse confutabile, esisterebbero dei casi in cui non
    potrebbe formulare sentenze categoriche e definitive.
    In entrambi i casi il diritto subirebbe un’esautorazione.
    Come uscirne? Tranquilli, non se ne esce.
    Tuttavia, si dia da leggere a quegli avvocati di provincia Zur Kritik der Gewalt di
    Benjamin. Ne troveranno una copia e la traduzione italiana in questo sito. Capiranno
    forse che il diritto è il discorso servile a tutela dell’ordine costituito dal padrone. Invece,
    la scienza, che non ha padroni, non rientra in nessun ordinamento giuridico, pur non
    essendo contro nessun ordinamento giuridico. La scienza non rientra nella dialettica
    hegeliana del servo-padrone, che si corona con la fondazione giuridica dello Stato di
    diritto. La psicanalisi, in quanto scienza dell’ignoranza umana, neppure. La psicanalisi è
    extraterritoriale. Non rientra nel nomos della terra. Ergo, non può essere giudicata da
    nessun giudice, semplicemente perché non è reato per nessun ordinamento giuridico.
    In Italia, invece, dove è reato l’immigrazione clandestina, la psicanalisi è sulla via di
    essere considerata un reato da nascondere al giudice. Grazie al nostro provincialismo

1 S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, vol.
XIV, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 283, traduzione nostra.

2 Vedi per la nozione di Denkkollektiv Ludwik Fleck, per esempio in L. Fleck,
Erfahrung und Tatsache, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983. Di questo autore, precursore
dell’epistemologia di Thomas Kuhn, è stato tradotto in italiano Genesi e sviluppo di un
fatto scientifico. Per una teoria dello stile di pensiero e del collettivo di pensiero
(1935), trad. Maria Leonardi e Stefano Poggi, Il Mulino, Bologna 1983.
3 Costa e Nolan, Milano 2008.

4 Cfr. S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926), in Sigmund Freud Gesammelte
Werke, vol. XIV, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 293-294, traduzione nostra.
5 Ivi, p. 291, traduzione nostra.
6 S. Freud, Vie della terapia psicanalitica (1918), in Sigmund Freud Gesammelte
Werke, vol. XII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 193, traduzione nostra.

7 Cfr. S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926), in Sigmund Freud Gesammelte
Werke, vol. XIV, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 263.
8 Ivi, p. 291, traduzione nostra.

9 In Matematica e cultura 2006, a cura di Michele Emmer, Springer Italia, Milano 2006,
pp. 61-69, di prossima pubblicazione in inglese in versione ampliata.

10 È la funzione importantissima della Nachträglichkeit o “a posteriori psichico”, che
regola il funzionamento del sapere non ancora saputo.
11 Vedi, per esempio, gli studi del prof. Ezio Bottarelli, della facoltà di Medicina
Veterinaria dell’Università di Parma, accessibili anche da Internet.

12 Vedi David Hume, Ricerca sull’intelletto umano (1748), trad. Mario Dal Pra, Laterza, Bari
1996, pp. 93-121.
13 J.-P. Sarte, Dialogo sul libero arbitrio (1948), a cura di Nestore Pirillo, Christian
Marinotti Edizioni, Milano 2007,
14 Pubblicato su “aut aut”, 340, 2008, pp. 153-169.

15 Vedi anche
http://www.sciacchitano.it/Alle%20soglie%20del%20sito/scienze%20dell’ignoranza.ht
ml

16 Cfr. A. Sciacchitano, Über den Wert des Falschen, “Riss – Zeitschrift für
Psychoanalyse”, 68/2008-1, p. 37-50.

17 C. Schmitt, La tirannia dei valori (1960), a cura di G. Gurisatti, Adelphi, Milano
2008

Fonte: http://www.sciacchitano.it

Stato della psicoanalisi in Francia – “Gli psicoanalisti hanno contribuito al proprio declino”.

Elisabeth Roudinesco

[In un intervento su “Le Monde”, la storica della psicoanalisi Elisabeth Roudinesco esprime la sua preoccupazione per la perdita d’aura della disciplina e sostiene il ritorno a una psichiatria “umanista”.]

Dalla morte di Jacques Lacan nel 1981, ultimo grande pensatore del freudismo, la situazione della psicoanalisi si è modificata in Francia. Nell’opinione pubblica, non si parla ormai che di “psy”. In altre parole, il termine “psicoanalisi” usato da Sigmund Freud nel 1896 per designare un metodo di talking cure, incentrato sull’esplorazione dell’inconscio, e che, per estensione, ha dato origine a una disciplina, non si differenzia più molto da un insieme costituito, da un lato, dalla psichiatria (branca della medicina specializzata nell’approccio alle malattie dell’anima) e, dall’altro, dalla psicologia insegnata all’università (clinica, sperimentale, cognitiva, comportamentale, sociale, ecc.).

Il termine “psicoterapia” – trattamento basato sulla potenza del transfert – è comune invece alla psichiatria, alla psicologia clinica e alla psicoanalisi. Le scuole di psicoterapia, che lo rivendicano, si sono sviluppate nel corso del XX° secolo con una molteplicità di denominazioni: da 400 a 700 in tutto il mondo. Tra queste: ipnoterapia, terapia della Gestalt, analisi relazionale, terapie comportamentali e cognitive (TCC), sviluppo personale, meditazione, ecc. Se ne trova periodicamente l’elenco nelle riviste di psicologia. È loro caratteristica la pretesa di apportare la felicità alle persone in sofferenza.

Sofferenze

Sottoposti in Francia a regolamentazione dal maggio 2010, i praticanti di queste scuole sono tenuti oggi a conseguire un diploma universitario (master in psicologia clinica) per potersi fregiare del titolo di psicoterapeuta. In caso contrario, sono classificati come praticanti fuori ruolo.

Oggi in Francia ci sono 13.500 psichiatri, 27.000 psicologi clinici e circa 5.500 psicoanalisti, quasi tutti titolari di un diploma in psicologia clinica. Poiché il titolo di psicoanalista non è regolamentato, solo le scuole di psicoanalisi (disciplinate dalla legge del 1901) possono avvalersi di una formazione basata su due criteri: essere stato analizzato, e poi supervisionato da un pari, per poter condurre una cura.

Secondo diverse statistiche, 4 milioni di francesi si trovano in uno stato di sofferenza psichica, ma solo un terzo di loro – il 70% dei quali sono donne – va a consultare uno psy. Sono nate nuove definizioni per qualificare il disagio che accompagna la crisi delle società democratiche, minate da precarietà, disuguaglianza sociale o disillusione: depressione, ansia, stress, burn-out, disturbi da deficit di attenzione, TOC, disturbi bipolari o borderline, disforia, dipendenze, ecc. Questi termini includono quelle che una volta venivano chiamate psicosi (follia), nevrosi (isteria e altre varianti), sbalzi d’umore (malinconia), perversioni. Queste sofferenze sono oramai trattate con farmaci psicotropi prescritti sia dagli psichiatri che dai medici di base: ansiolitici, antidepressivi, neurolettici, consumati in modo improprio.

Dominata dalla psicofarmacologia, la psichiatria – fortemente presente in tutti i centri ospedalieri universitari (UHC) – non ha più l’aura di una volta, perché ha abbandonato l’approccio plurale e dinamico alla soggettività – psichica, sociale, biologica – a profitto di una pratica basata sulla descrizione dei sintomi: riduzione del pensiero ad attività neurale, del soggetto al comportamento e del desiderio al tasso di serotonina. Questo è testimoniato dalle successive versioni del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali(DSM), che tratta come patologica la stessa condizione umana: timidezza, paura della morte, paura di perdere un lavoro o un parente, ecc. Non si contano più i collettivi che, a colpi di petizioni, sfidano questo Manuale e chiedono, come nel Manifeste pour un printemps de la psychiatrie, pubblicato su “L’Humanité” del 22 gennaio, il ritorno ad una psichiatria dichiaratamente “umanista”.

“La psicoanalisi non è più sostenuta dal sapere psichiatrico e non occupa più il posto che ha occupato un tempo in Francia nella cultura letteraria e filosofica, dai surrealisti agli strutturalisti, passando per i marxisti e i fenomenologi”.

Al centro di questo dispositivo, la psicoanalisi è entrata in una interminabile fase di declino. Non è più sostenuta dal sapere psichiatrico e non occupa più il posto che ha avuto in Francia nella cultura letteraria e filosofica, dai surrealisti fino agli strutturalisti, passando per i marxisti e i fenomenologi. Le opere dei praticanti sono scritte in un idioma di difficile comprensione. Destinati ad uso interno, non superano una tiratura di 700 copie. Di conseguenza, gli editori di letteratura generale: Seuil, Gallimard, Aubier, Presses universitaires de France, Payot hanno chiuso o ridotto allo stretto necessario le collezioni di psicoanalisi che erano fiorite per trent’anni.

I classici – Freud, Melanie Klein, Sandor Ferenczi, Winnicott, Lacan, Dolto, ecc. – diffusi in edizioni tascabili, continuano ad essere venduti regolarmente. Di conseguenza – e con poche eccezioni – la produzione contemporanea si è rifugiata da Erès, casa editrice di Tolosa fondata nel 1980, i cui libri e riviste – con una tiratura inferiore alle 500 copie – si rivolgono a un pubblico di professionisti nel campo della salute mentale, della pedagogia e della prima infanzia. Come pure gli psicoanalisti non sono più considerati ormai come autori o intellettuali, ma come operatori della salute mentale.

Diviso in diciannove associazioni in cui le donne sono in maggioranza, gli psicoanalisti formano un arcipelago di comunità che, molto spesso, si ignorano a vicenda. Organizzano colloqui, apprezzano l’associazionismo, amano viaggiare e si dedicano al loro mestiere con autentica passione. Il divario generazionale si è accentuato al punto che tutta la clientela privata è attratta dagli anziani, di età compresa tra i 60 e gli 85 anni, a scapito dei giovani (30-40 anni) che lavorano per bassi salari in strutture sanitarie (centri medico-psicologici, centri medico-psicopedagogici, day hospital, ecc.)

Questi ultimi hanno grandi difficoltà a finanziare la loro cura. Per farsi conoscere dal pubblico, creano siti con fotografie dei loro divani e poltrone, fanno prezzi trattabili e liste delle terapie possibili. La clientela sta diventando scarsa: la psicoanalisi attira sempre meno pazienti. Ma, paradossalmente, l’attrazione per la sua storia, per i suoi archivi e i suoi attori è in rialzo, come se la cultura freudiana fosse diventata un oggetto museografico a scapito della pratica clinica.

“Umiliati dal successo di immondi attacchi a Freud, gli psicoanalisti hanno disertato le controversie pubbliche, disprezzando ogni iniziativa che cercasse di criticarli”.

Le associazioni più potenti – tra i 200 e gli 800 membri – sono divise in tre rami: il primo (detto freudiano ortodosso) riunito intorno alla Société psychanalytique de Paris (fondata nel 1926), un secondo in cui si ritrovano tutti i lacaniani di stretta obbedienza (gruppi nati tra il 1981 e il 1994) e il terzo, eclettico (1994-2000), che raccoglie tutte le tendenze del freudismo.

Attaccati da tutte le parti per il loro dogmatismo e la difficoltà a modificare i loro programmi di formazione, gli psicoanalisti hanno inoltre contribuito al loro stesso declino adottando in maggioranza, dal 1999, posizioni indegne contro il matrimonio omosessuale, per poi fiaccarsi in dispute interminabili sull’autismo. Umiliati dal successo di immondi attacchi a Freud, hanno disertato le controversie pubbliche , disprezzando ogni iniziativa che cercasse di criticarli.

Autore di un’inchiesta su L’autodistruzione del movimento psicoanalitico, (L’Autodestruction du mouvement psychanalytique, Gallimard, 2014), Sébastien Dupont ne ha pagato lo scotto: “Non appena si esprime una critica, si è subito tacciati di antifreudismo”. Infine, molti psicoanalisti si dedicano periodicamente, su media di cattivo gusto, al loro sport preferito: far sdraiare  sul divano i politici. Emmanuel Macron è ormai il loro obiettivo preferito: “Non ha risolto il suo edipo, ha sposato sua madre, non ha un superio, è un narcisista”.

Il territorio

Per decenni, la psicoanalisi è stata insegnata nei dipartimenti di psicologia a titolo di approccio psicopatologico alla psiche. Interessato a un insegnamento della disciplina al di fuori delle scuole psicoanalitiche, Roland Gori, assistito da Pierre Fédida (1934-2002), ha occupato, fino al 2009, un posto di rilievo nella formazione dei clinici di orientamento freudiano, in particolare attraverso il reclutamento di insegnanti-ricercatori in seno alla 16° sezione del Conseil national des universités (CNU). Purtroppo, i suoi eredi non sono riusciti, come lui, a farsi rispettare dai loro avversari, che ora vogliono cacciarli dal loro territorio in nome di una presunta superiorità scientifica della psicologia. E stanno approfittando dell’imminente fusione tra Paris V-Descartes e Paris VII-Diderot per agire in questo senso.

Così, l’UFR d’Etudes psychanalytiques de Paris VII-Diderot, enorme bastione freudiano fondato nel 1971 – che conta 36 professori, 270 dottorandi, numerosi docenti, 2.000 studenti – è ormai minacciato di estinzione. Tre professori della sedicesima sezione del CNU si sono dimessi dal loro incarico, affermando che non è più possibile un approccio dinamico e umanistico nel contesto di un’evoluzione scientista della psicologia (lettera del 21 dicembre 2018). Ancora una volta, un collettivo ha denunciato un tentativo di colpire a morte la psicoanalisi. Ancora una volta si moltiplicano le richieste di soccorso.

Non bisogna disperare

Va detto che se gli insegnamenti clinici di Paris-VII sono di altissimo livello e se i convegni hanno un evidente successo – come gli EG-psy-radicalisation sul jihadismo (8 novembre 2018) – lo stesso non si può dire dei tentativi di “modernizzare” la psicoanalisi a colpi di “queer” e “decolonizzazione”. Come non scoppiare a ridere all’annuncio di un programma di questo genere (15 dicembre 2017)? “Se la psicoanalisi si posiziona come il rovescio della ragione cartesiana (…..) in che misura coglie l’etnocentrismo dei propri strumenti?” O ancora: “Che cosa apporta alla psicoanalisi la presa in considerazione del genere e della condizione coloniale, nel suo modo di concepire il divenire minoranza e il divenir altro?”

Tuttavia, non bisogna disperare perché si sa che migliaia di medici francesi, formati nel serraglio di un freudismo intelligente, dedicano il loro tempo alla cura di bambini in difficoltà, di malati mentali smarriti o di famiglie ferite.

[Elisabeth Roudinesco è una storica (HDR), ricercatrice associata all’UFR GHES-Paris-VII-Diderot e collaboratrice del “Monde des livres”. Il suo ultimo lavoro pubblicato è il Dictionnaire amoureux de la psychanalyse(Plon-Seuil, 2017).]

14 febbraio 2019

Published by I.S.A.P. – ISSN 2284-1059Scientific Journal in the List 11 by the ANVUR (Italian Agency for Evaluation of the University System and Research)

Manifesto per la difesa della psicoanalisi

Il Mo.P.I. è lieto di ospitare e patrocinare questa iniziativa in difesa della psicoanalisi laica. Per maggiori informazioni sulle attività e sulle iniziative legate al manifesto è possibile far riferimento al sito web http://www.manifestoperladifesadellapsicanalisi.it

Da molte parti è stato lanciato negli ultimi anni l’allarme per il pericolo di sparizione che la psicanalisi corre in questa società. Noi sottoscritti ci associamo pienamente a queste preoccupazioni e lanciamo questo appello per contribuire alla difesa della psicanalisi.

Sarebbe un errore pensare che la psicanalisi, che ha rappresentato un enorme passo avanti nella conoscenza e nella ricerca attorno ai temi della psiche umana, rappresenti un patrimonio solo per chi svolge il mestiere di psicanalista o per chi intraprende un’analisi. Al contrario, la psicanalisi ha contribuito all’avanzamento di molteplici settori, da quello educativo a quello della comunicazione, dalla ricerca filosofica e sociale fino a quella scientifica.

Difendere la psicanalisi, dunque, non vuol dire difendere un settore ed una pratica specifica; vuol dire difendere un patrimonio di tutti, a profitto dell’intera società.

La difesa della psicanalisi, condizione indispensabile per un suo sviluppo, passa prima di tutto attraverso la definizione della sua specificità, dei suoi campi di intervento e dei suoi limiti, del rispetto che essa chiede agli altri settori della conoscenza e di quello che essa ricambia, a cominciare da quelli che si situano su terreni attigui ma diversi, come la psicologia e le psicoterapie.

Definire e difendere la specificità della psicanalisi richiede necessariamente di tornare sul problema della formazione degli psicanalisti, che non rappresenta una questione ‘annessa’, ma porta al cuore dell’essenza della psicanalisi stessa e della sua possibilità di esistere: come per ogni organismo vivente, il futuro dipende prima di tutto dalla possibilità di trasmettere i propri geni.

A diverse riprese, in moltissimi Paesi e quindi anche nel nostro, questo problema è stato affrontato e discusso trovando ‘soluzioni’ più o meno soddisfacenti. Noi vogliamo con questo appello provare a recuperare e riaffermare alcuni elementi distintivi essenziali la cui origine risale a Freud e ai suoi insegnamenti, elementi a loro volta derivati non da un’astratta speculazione, ma da una rigorosa riflessione fondata sulla pratica psicanalitica. E, a partire dall’affermazione di questi elementi, rilanciare la battaglia perché essi vengano condivisi e utilizzati come riferimento da tutti coloro che, nei vari ruoli che occupano, sono chiamati ad esprimersi sulla psicanalisi e sulla sua pratica.

Che cos’è dunque la psicanalisi?

Nel corso della sua storia la psicanalisi ha visto, fin dai tempi di Freud, nascere e crescere correnti, discussioni, associazioni e punti di vista diversi. Tuttavia non c’è alcun dubbio che qualcosa accomuna tutte queste correnti e costituisce il cuore della psicanalisi, ciò che segna il confine tra essa e tutto il resto:

1) il riconoscimento della centralità dell’inconscio e delle sue manifestazioni (lapsus, atti mancati, sogni) come chiave per la comprensione del comportamento umano;

2) il riferimento ad uno specifico setting analitico che, tramite il metodo delle associazioni libere e il lavoro di interpretazione, permette di far emergere l’inconscio, superare le resistenze e consentire al soggetto di prender posizione rispetto al proprio vissuto e al proprio desiderio;

3) la considerazione e la valutazione del transfert;

4) il fatto che l’analisi personale, e quindi la conoscenza del proprio inconscio, costituisce strumento privilegiato e passaggio fondamentale per diventare a propria volta psicanalisti.

L’insieme di questi elementi porta ad una conclusione, sulla quale si registra un’ampia convergenza da parte degli psicanalisti e delle persone che, a vario titolo, si occupano di psicanalisi: la psicanalisi è radicalmente altro rispetto agli altri settori che si occupano della psiche umana. Ciò trova conferma nella storia stessa della psicanalisi: come è noto Freud ha più volte sottolineato come i fondamenti teorici e pratici della disciplina da lui creata non fossero debitori, se non in minima parte, nei confronti delle conoscenze filosofiche e tecnico/scientifiche dell’epoca.

Non è compito di questo manifesto approfondire questa affermazione sulla quale esiste una documentazione approfondita e condivisa. Si può però dire che la psicanalisi nasce proprio là dove al posto della ‘terapia’, volta ad eliminare un sintomo e ristabilire un ordine, più o meno precedente, di benessere, si inserisce il cambiamento e specialmente la consapevolezza.

Quali che siano le discussioni e le divergenze all’interno del movimento psicanalitico e del dibattito intorno alla psicanalisi, essa si trova dunque costantemente di fronte ad un bivio: mantenere questa sua specificità e difenderla, oppure scivolare verso la negazione di essa e quindi morire, dissolta in una forma di psicoterapia.

Quanto detto finora implica che la formazione e la pratica psicanalitica non debbano essere sottomesse alle altre discipline del mondo dello ‘psi’, pena il perderne l’autonomia e l’identità.

Possiamo dire che in Italia, oggi, esistano le condizioni legislative per permettere ciò?

Per rispondere partiamo dai fatti. Nel nostro Paese la psicanalisi non è regolamentata in nessun modo, in quanto la Legge n. 56 del 1989 nomina e regolamenta esclusivamente le professioni di psicologo e psicoterapeuta, non nominando affatto la psicanalisi.

L’ipotesi che ciò sia avvenuto perché si è sottinteso comprendere la psicanalisi all’interno delle altre pratiche citate dalla legge non è sostenibile. I lunghi anni che precedettero l’approvazione della legge furono infatti caratterizzati da un grande e appassionato dibattito nel quale gli psicanalisti e le associazioni di psicanalisi – pur da posizioni anche molto differenti – si batterono per distinguere bene queste professioni e per non essere inclusi nei diversi albi.

Al termine di un lungo iter (che durò circa vent’anni) la dialettica legislativa produsse proprio questo: la psicanalisi non venne inclusa nella Legge e quindi, implicitamente, si affermò che essa è una professione distinta da quella di psicologo o psicoterapeuta. Non essendo poi stata regolata in altro modo, la psicanalisi può essere considerata a tutti gli effetti una libera professione non protetta.

D’altra parte, numerose sentenze e pareri ‘pro veritate’ (in particolare quello del Prof. Francesco Galgano) che tribunali, giudici e avvocati hanno espresso negli anni successivi hanno ampiamente confermato questa realtà facendo chiarezza sui dubbi emersi dopo l’approvazione della legge.

Che cosa succederebbe se un giorno…?

Eppure, fin dall’approvazione della Legge n. 56, la psicanalisi si trova di fronte ad un problema paradossale: periodicamente gli psicanalisti che non sono iscritti all’albo sono chiamati a difendersi da un’accusa che semplicemente, per la legge italiana, non ha alcun senso logico: quella di non essere psicologi, psicoterapeuti o medici.

Per proteggersi da queste cause giudiziarie che, seppur infondate, costituiscono pur sempre un problema e una minaccia, molti psicanalisti, avendone in un determinato momento i requisiti, si sono nel corso degli anni iscritti agli albi.

Ma che cosa succederebbe se un giorno rimanessero solo psicanalisti di questo tipo?

In altri termini: che cosa succederebbe se, globalmente e per qualche motivo, il diventare psicanalisti fosse subordinato al diventare prima psicologi o medici? Che cosa succederebbe se per fare un’analisi didattica – base della formazione dello psicanalista – si dovesse aver prima, o contemporaneamente, acquisito una laurea in psicologia o medicina?

Non c’è alcun dubbio: la psicanalisi verrebbe definitivamente sottomessa a discipline ad essa estranee e col tempo diventerebbe un ‘settore’ o una ‘specializzazione’ di esse, determinando così la propria fine.

Una vera analisi, infatti, che possa eventualmente portare a diventare psicanalisti, può svilupparsi solo nella piena libertà del soggetto, senza alcun ‘padrone’, ‘super Io’, legge sociale o sintomo che sovrintendano all’analisi stessa. O meglio: la funzione dell’analisi è proprio quella di superare questi ostacoli che l’inconscio erige. Ma non solo: se così non fosse, se si ritenesse che il futuro analista debba essere (prima o anche) uno psicologo o uno psicoterapeuta, l’analisi del soggetto si troverebbe di fronte all’impossibilità di elaborare fino in fondo il proprio desiderio. Il cammino dell’analisi e della (possibile) formazione non ha un tempo prestabilito, non ha un titolo richiesto, non ha una condizione precedente, non ha un termine prefissato e nemmeno una fine certa, perché i tempi, i modi e i contenuti della scoperta dell’inconscio non potrebbero tollerare questi limiti ed entrano assolutamente in contraddizione con essi, costituendo resistenze, laddove l’analisi intende provare a svelarle. E’ l’analisi stessa, per ciò che è, che non può tollerare che un’istanza superiore (titolo di studio, riconoscimento, albo…) si intrometta all’interno del rapporto analista-analizzante.

Ci si può dunque iscrivere a psicologia, a medicina e ai diversi albi, perché il cammino di ogni persona può andare in questa direzione, come in altre, ma non si può imporre questa direzione, come nessun altra, se non a costo di aprire le porte alla morte della psicanalisi.

D’altra parte, un gran numero di psicanalisti illustri hanno avuto e hanno formazioni del tutto diverse da quella di medico o psicologo: ad esempio Anna Freud (non laureata), Cesare Musatti (laureato in filosofia), Melanie Klein (non laureata), Erich Fromm (sociologo, laureato in filosofia)…

Per quale motivo la psicanalisi dovrebbe quindi rinunciare alla sua identità, alla sua storia, alla sua indipendenza?

Lo psicanalista deve presentarsi per ciò che è

E’ per questo che ogni psicanalista, ogni analizzante, ogni studioso, ogni giudice, ogni politico e ciascuno interessato all’esistenza della psicanalisi è chiamato ad esprimersi contro qualunque tentativo di incriminare chi esercita la professione di psicanalista pur non essendo iscritto ad alcun albo. Ogni volta che uno psicanalista finisce sotto processo per un fatto di per sé inesistente, è necessario avere chiaro che non si tratta di un processo ad un singolo, ma alla psicanalisi stessa.

Anche lo psicologo ed il medico dovrebbero essere interessati a questa difesa, poiché la psicologia, la psicoterapia, la medicina, la psichiatria, pur nella loro specificità, non possono che arricchirsi dalla preservazione e dallo sviluppo della psicanalisi, traendo vantaggio dalla chiarezza di ciò che ogni disciplina può offrire.

Per questo, parallelamente all’intransigente difesa della libertà della psicanalisi, noi affermiamo che l’etica di ogni psicanalista gli impone di presentarsi in modo chiaro ad ogni analizzante, chiarendo i titoli e il percorso formativo seguito.

In piena chiarezza, l’utente potrà scegliere la via della psicanalisi con il supporto di uno psicanalista, della cui formazione sarà stato perfettamente edotto, oppure potrà preferire un percorso di psicoterapia, anche in questo caso rivolgendosi ad un professionista qualificato.

E’ inoltre fondamentale che gli psicanalisti e gli analizzanti si nutrano continuamente del più ampio confronto all’interno di associazioni e all’esterno e continuino, nelle forme adatte, a seguire un’analisi di approfondimento e ‘controllo’ che permetta loro di elaborare il proprio transfert, cioè di non scivolare sul terreno del suggerimento, della seduzione, della ‘guarigione’. Ma tutto questo è e sarà possibile solo con una psicanalisi libera, cioè non sottomessa in principio ad alcuna altra disciplina.

Ognuno dal suo posto: difendiamo la psicanalisi

Nella storia i regimi totalitari hanno sempre tentato di cancellare la psicanalisi. Al contrario, la società italiana nel suo complesso ha saputo difendere le condizioni minime di esistenza della psicanalisi, prima grazie al dibattito che ha evitato i peggiori pericoli della Legge, poi grazie ai giudici che hanno colto appieno la portata delle loro decisioni.

E’ a tutta la società che ci rivolgiamo dunque, a partire da chi ha responsabilità specifiche, perché non solo questi principi continuino ad essere affermati, ma venga fermato l’attacco alla psicanalisi da parte di quanti, consciamente o inconsciamente, vorrebbero vederne la fine.

Ed è in questo senso che chiediamo a quanti condividono i principi di questo Manifesto di sottoscriverne l’adesione.

Fonte: http://www.mopi.it/in-evidenza/manifesto-difesa-psicoanalisi.asp?fbclid=IwAR0ddp0iFvCPa31iZGchZG3gO-YITCn_A5bM5Gih6UCJKf9PY4fK5yXWorQ

Jacques Lacan, Per una clinica moderna – Edison Palomino – “Un nuovo paradigma”

La gente gioca a fare soldi come gioca ai videogiochi. Ci si rallegra quando si vince e ci si arrabbia quando si perde. È tensione tra piacere e dispiacere. Ma il troppo che c’è in gioco in questa faccenda è il rischio, il prezzo da pagare. E Lacan lo dice: si inizia col solletico e si finisce arsi vivi con la benzina.Le criptovalute tengono gli investitori il più tempo possibile con lo sguardo sullo schermo. Questa nuova forma di economia digitale è come l’amata: non appena viene trascurata si rischia di perderla. Ma questo non riguarda solo il Bitcoin ma l’economia umana in sé, il cui destino è il digitale.Una volta la moneta simboleggiava l’economia umana. Facendosi oggetto di transizione tra gli uomini. Oggi con la scoperta e sviluppo del virtuale il mondo è chiamato alla digitalizzazione. I governi, tra cui l’Italia, favoriscono questa via. Il «cash back accumulato» ne è un esempio. Questo è un altro modo di mettere in movimento l’economia digitale, favorendola. È gara tra i soggetti: i primi consumatori in classifica avranno come premio 1.500 euro, a fine anno.Quello che l’astuzia del soggetto ci insegna è che il consumo non è legato alla quantità di soldi spessi ma alla quantità di movimenti di minime spese fatte. Questa è a tutti gli effetti un’uscita che il soggetto trova a ciò che in fondo lo Stato autorizza. La legge, insegna San Paolo, è la forza del peccato. La legge, allora, creata dagli uomini, è come quella ragazza che esce a corpo nudo sul balcone e pretende di non essere guardata.L’altro giorno sono caduti i social più importanti: Facebook, WhatsApp, Instagram. Questo blackout, per impiegare un termine americano, ha comportato non solo la perdita di millioni di euro, là nel digitale, ma anche attacchi di panico, stress, depressione e alcuni casi di suicidio. Basta scorrere le pagine dei giornali più importanti al mondo, per toccare con mano ciò di cui la psicoanalisi ci avverte da tempo: il continuo ritiro della funzione del Nome-del-Padre. Ma soprattutto l’assenza di un suo surrogato. In tempi in cui il virtuale ha preso forma, per via di questo nuovo paradigma introdotto dal Covid-19, il digitale rimane a tutti gli effetti, l’oggetto del soggetto contemporaneo.Bisognerà allora seguire le tracce di Lacan e prendere il mondo per quello che è, e cioè: immaginario.

Fonte: Lacanpertutti, 2021, Pensa con i piedi – www.lacanpertutti.it

LA NUOVA SCIENZA DELL’UOMO

La nuova scienza dell’uomo

Fonte: Johannes Cremerius, Il futuro della psicoanalisi, Armando Editore, 1995

 

 

 

(Pag. 38) … La medicina accademica si è difesa a lungo dalla psicoanalisi .… Freud aveva previsto questo rifiuto: “La società non avrà fretta di riconoscerci un’autorità” (1910). “Essa è destinata ad opporci resistenza perché noi abbiamo un atteggiamento critico nei suoi confronti; noi le dimostriamo che essa stessa svolge un’importante funzione nella nascita delle nevrosi. Nello stesso modo in cui ci facciamo nemico il singolo scoprendo ciò che in lui è rimosso, così anche la società non può rispondere con cortese accoglienza alla spregiudicata messa a nudo delle sue insufficienze e dei danni che essa stessa produce; poiché provochiamo il crollo delle illusioni, ci si rimprovera di mettere in pericolo gli ideali. (1910)

Freud sarebbe molto sorpreso se potesse vedere quale riconoscimento la psicoanalisi ha ottenuto in medicina ed in campo sociale dal 1960 nella Repubblica federale tedesca (Pag. 39) .… Di questo sviluppo Freud sarebbe contento? Io credo che gli piacerebbe solo in parte. Sarebbe sicuramente contento dell’ampio riconoscimento dato alla psicoanalisi … Freud deplorerebbe invece l’appiattimento che la psicoanalisi ha subito a causa di una commercializzazione compiacente. Deplorerebbe anche il fatto che la psicoanalisi, adeguandosi alla situazione sociale esistente, ha perso la sua posizione critica. Biasimerebbe con fermezza anche il modo in cui coloro che si dichiarano suoi discepoli amministrano la sua eredità. Freud sarebbe d’accordo con la critica della figlia Anna, secondo la quale gli istituti di formazione psicoanalitica sono organizzati in modo tale che oggi vi verrebbero ammessi solo pochi dei grandi analisti dei tempi “eroici”. L’organizzazione burocratica e le severe condizioni per l’ammissione – che secondo Anna mancano di rispetto per la personalità del candidato –  vigenti negli istituti odierni danno accesso prevalentemente a persone più conformiste, operose e realiste che non a persone creative e di ampie vedute.

Questo adattamento è dovuto in parte al fatto che l’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA) si limita ad avere tra i suoi membri medici e psicologi. Freud ha fermamente lottato per anni affinché l’esercizio della psicoanalisi fosse permesso non solo ai medici. Tutti quelli che portano a termine una formazione psicoanalitica dovrebbero poter esercitare, senza più essere considerati laici. Già nel 1926 Freud fu costretto a constatare che la maggior parte dei membri rifiutavano le sue proposte. Con amarezza affermò che avrebbe continuato a sostenere il suo punto di vista: anche “se rimarrò solo”. “La lotta per la psicoanalisi” così scrive Freud a Paul Federn “prima o poi deve essere combattuta fino in fondo; meglio prima che poi. Finché vivo mi opporrò al pericolo che la psicoanalisi venga inghiottita dalla medicina”. Freud perse questa battaglia. Quando gli americani minacciarono di uscire dalla Associazione psicoanalitica, egli cedette.

(Pag.40) … Infine, Freud deplorerebbe anche il livello degli istituti di formazione psicoanalitica. Egli auspicava una formazione che permettesse agli allievi di sostenere scientificamente la psicoanalisi nei suoi diversi ambiti d’uso. A tal fine gli istituti di formazione avrebbero dovuto organizzare lezioni su discipline basilari quali: storia della cultura, psicologia delle religioni, mitologia e critica letteraria. Tra le richieste di Freud, solo poche sono state soddisfatte. Gli istituti di formazione psicoanalitica di oggi si presentano come scuole professionali in cui vengono formati specialisti in psicoanalisi.

IL DISAGIO DELLA PSICOANALISI

Russell Jacoby

 Il DISAGIO della PSICOANALISI

Otto Fenichel e i freudiani politicizzati

 Un esame della natura rivoluzionaria e radicale della prima psicoanalisi e del suo adattamento al conformismo americano

 Casa Editrice Astrolabio –Ubaldini Editore, Roma 1987

 

(Il titolo originale del libro è THE REPRESSION OF PSYCHOANALYSIS)

Dopo Il futuro della psicoanalisi di Johannes Cremerius (Armando Editore) che ci consegna una visione di quello che la psicoanalisi potrebbe diventare ed in parte già è, con questo libro di Russel Jacoby ci viene data la possibilità di seguire il percorso che la psicoanalisi (e gli psicoanalisti europei), con l’avvento del nazismo, sono stati costretti a seguire per mettere in salvo innanzitutto se stessi e poter dare continuità al loro lavoro e ai loro studi.                                                                                                                                 L’emigrazione forzata degli psicoanalisti europei dall’Europa agli Stati Uniti non è stato indolore per la psicoanalisi: essere “metabolizzata” nel contesto americano ha comportato dei cambiamenti significativi e non sempre positivi e questo libro mette in evidenza quanto accaduto. Alla prima fase di andata, la cosiddetta “americanizzazione” o “medicalizzazione” della psicoanalisi (e dello psicoanalista) è seguita la fase di ritorno in Europa di un modello teorico psicoanalitico profondamento mutato rispetto a quello delle origini.                                                                                                                        Dobbiamo ringraziare le diverse scuole psicoanalitiche francesi (sicuramente stimolate da Lacan) per essersi opposte a questa specie di colonizzazione culturale.                    Riporto integralmente la prefazione: da questa è possibile farsi una idea di cosa seguirà nel testo e, magari, stimolarne la lettura.                                                                                  Un libro che costituisce una importante chiave di lettura per chi vuole studiare la psicoanalisi e soprattutto la storia della psicoanalisi  .

 

Prefazione

 Lo spetto della psicoanalisi continua ad aggirarsi nella nostra società, ma pochi, ormai, ne sono turbati. Nel corso degli anni questo spettro è diventato il fantasma di se stesso. Ha barattato un aspetto minaccioso, talvolta rivoluzionario, con un contegno rassicurante. Giunto alla fine della sua carriera, uno dei decani della psicoanalisi americana, Clarence P. Oberndorf, che aveva studiato con Freud agli inizi degli anni venti, rifletteva non senza disappunto sul fatto che la psicoanalisi era divenuta “legittime e rispettabile” e nello stesso tempo “pigra e soddisfatta”.                                                                                                 Una volta integrata nelle istituzioni mediche la psicoanalisi aveva finito per attrarre quel genere di persone che “trovano il loro senso di sicurezza nel conformismo e nel possesso”.                                                                                                                 Oberndorf giungeva a queste conclusioni tre decenni fa, nel 1953, nella sua Storia della psicoanalisi in America. Nel frattempo esse non hanno perduto il loro valore di verità; al contrario, sono divenute più vere ma hanno perso significato. La storia a volte procede non per confutazione delle intuizioni del passato, ma per sottrazione dei termini di riferimento; in tal modo quelle intuizioni sono private del loro fondamento e perdono la capacità di persuadere e di attirare l’attenzione. Diventano affermazioni inspiegabili di un’altra epoca. Oggi non è più un dato evidente che la psicoanalisi sia mai stata ribelle o che sia stata altro che pigra e soddisfatta.                                                                            Al tempo in cui Oberndorf formulava i suoi giudizi, Robert Lindner, un analista di Baltimora, li confermava e accusava la psicoanalisi di soggiacere allo spirito conformistico che dominava l’America. Lindner, oggi quasi dimenticato, si levò al di sopra delle correnti analitiche e culturali degli anni cinquanta in una serie di libri, Rebel without a Cause, Prescription for Rebellion, Must you Conform?. Lontano dallo stereotipo dell’analista, Lindner fu una figura isolata e quando nel 1956 morì, ancora giovane, all’età di 41 anni, aveva pochi alleati e nessun successore.                                                                            La mia storia del processo di rimozione della psicoanalisi si chiude con una disamina del caso di Robert Lindner. Egli si colloca al termine, e forse oltre il limite, di una lunga e estesa tradizione di freudiani dissidenti e politicizzati. Certo ogni definizione porta con sé una forzatura; mi rendo conto che può essere fuorviante assegnare a questi analisti l’etichetta di “freudiani politicizzati”, quasi che essi costituissero una distinta sottospecie della psicoanalisi. E’ vero piuttosto che i freudiani politicizzati erano eredi e rappresentanti della psicoanalisi classica e che ne condivisero il destino: sprofondarono nell’inconscio degli psicoanalisti. Quando ci si ricorda di loro si tratta sempre di un ricordo parziale.    Oggi gli accurati lavori clinici e teorici di un Otto Fenichel o di una Edith Jacobson o di Annie Reich sembrano esemplificare la produzione migliore della psicoanalisi più accreditata. Eppure questa impressione è in realtà imprecisa fino alla falsità; e questa falsa percezione è di fatto una tacita prova della rimozione e autorimozione della psicoanalisi. Tutto un versante della vita di questi analisti è sprofondato nel buio. Essi non furono soltanto un’espressione genuina della psicoanalisi istituzionale; essi furono anche dei ribelli, in politica e nell’analisi.                                                                                           La storia di Otto Fenichel e di un circolo di analisti che comprendeva Edith Jacobson e Annie Reich costituisce un capitolo pressoché sconosciuto della storia, spesso singolare, della psicoanalisi. Quando il fascismo li scacciò dall’Europa centrale, Fenichel raccolse segretamente e guidò un certo numero di analisti di opposizione. Per più di un decennio, fino al 1945, Fenichel inviò dei Rundbriefe (“lettere circolari”) a una schiera di analisti che condividevano il suo orientamento politico e analitico. Le lettere erano segrete; e poiché Fenichel suggeriva ai destinatari di distruggerle, poche persone al di fuori del circolo vennero a conoscenza dell’esistenza delle lettere e del gruppo. Tramite questa rete di relazioni il circolo di Fenichel tenne in vita una psicoanalisi politica e sovversiva, ma con poco vantaggio tuttavia. Al tempo dell’isolata protesta di Lindner, il gruppo di Fenichel non apparteneva già più alla coscienza della psicoanalisi.                                               L’impegno teorico dei freudiani politicizzati non li distinse come paria o eccentrici; piuttosto, essi, rappresentarono in modo fedele la seconda generazione della psicoanalisi e anzi furono un’espressione compiuta della psicoanalisi classica. Come loro, anche Freud, apprezzò la psicoanalisi più come teoria generale della cultura che come forma di terapia individuale; di certo era entrambe le cose. Ma anche se le intuizioni (e i miti) racchiuse in testi fondamentali di Freud, quali L’avvenire di una illusione o Il disagio della civiltà, erano scaturite dalla situazione terapeutica, esse la trascendevano. Fu a questo spirito di audace elaborazione teorica che i freudiani politicizzati vollero restare fedeli.                       La professione psicoanalitica, tuttavia, lasciò cadere l’ampio respiro teorico e problematico di Freud. Andando contro le più profonde speranze di Freud, la psicoanalisi divenne limitata, medica e clinica. Rinunciò a quell’ampio territorio culturale di cui Freud aveva tracciato i confini. Il linguaggio stesso della psicoanalisi finì per riflettere questa rinuncia. Leggere uno qualunque dei testi di Freud significa poter apprezzare uno stile limpido e diretto. Freud scriveva in modo semplice ed elegante per una larga platea di persone colte. Una buona parte della grandezza e dell’influenza di Freud deriva, io credo, da questo dono: dalla capacità e dal desiderio di raggiungere un pubblico colto. Pochi analisti americani di questi ultimi anni hanno ereditato quella capacità o quel desiderio. In uno stile tecnico e clinico gli analisti di oggi scrivono in modo compiaciuto gli uni per gli altri.            In questo libro non attribuisco tale completa rinuncia auna crisi di qualità personali; la riconduco piuttosto all’effetto cumulativo dell’esilio, della professionalizzazione e della americanizzazione, che spinsero gli analisti a ritirarsi dalle problematiche collettive e dallo scenario pubblico. La prima generazione di analisti aveva abbracciato la psicoanalisi con zelo missionario; cercavano di cambiare il mondo o, almeno, le sue norme sessuali e sociali. Erano intellettuali in rivolta, con larghi interessi culturali e politici. Lo spirito e l’ethos che animavano loro stessi e la loro psicoanalisi non dovevano durare.                              L’avvento del nazismo segnò una frattura nel movimento psicoanalitico. Espulsa dall’Europa continentale, la psicoanalisi si trasferì essenzialmente in Inghilterra e negli Stati Uniti. Nelle nuove sedi la psicoanalisi prosperò, ma il suo stesso successo mascherò la discontinuità e forse le sconfitte. L’anima culturale e politica dell’analisi classica andò smarrita. Nel corso dei decenni vissuti in America, la psicoanalisi divenne, dal punto di vista dell’immagine e in gran parte della realtà stessa, poco più di un’opulenta specializzazione medica con una clientela ricca. Negli anni cinquanta pochi ormai ricordavano quanti fossero stati tra i primi analisti i ribelli o i radicali, o semplicemente gli intellettuali controcorrente e gli uomini di cultura.                                                          Prendo in esame la rimozione della psicoanalisi attraverso i freudiani politicizzati della seconda generazione. Quegli analisti nacquero a cavallo del secolo ed erano a metà del loro itinerario professionale quando il fascismo li costrinse all’esilio. Vissero in bilico tra due mondi: il mondo della psicoanalisi classica che fiorì negli anni venti e trenta e quello di una psicoanalisi americana che giunse a maturazione negli anni quaranta e cinquanta. In conseguenza di ciò, la trasformazione della psicoanalisi, il suo riflusso teorico, è impressa nelle vite di questi analisti; e nella misura in cui il loro progetto esigeva un contatto vivo con la tradizione classica, il destino dei freudiani politicizzati testimonia il destino generale della psicoanalisi.                                                                                                            Debbo mettere in chiaro che non ritengo minimamente che gli analisti immigrati fossero le vittime sfortunate di una rozza cultura americana. Essi furono grati, e più che grati, di poter vivere la loro vita ed esercitare la loro professione. Furono vittime del fascismo, non della cultura americana. Cionondimeno, nella loro nuova patria molti assunsero un atteggiamento di riserbo circa le proprie idee non conformistiche, e questa cautela favorì un restringimento della visione psicoanalitica generale, anche se non ne fu la causa.          Il libro seguirà la nascita e il declino dei freudiani impegnati, da Otto Gross, nella Monaco bohèmien degli anni precedenti il primo conflitto mondiale, a Robert Lindner nell’America maccartista, il primo e l’ultimo rappresentante di una tradizione. A metà di queste due figure colloco Otto Fenichel e il suo circolo. Mi auguro di poter strappare all’inconscio della storia i freudiani impegnati e una tradizione classica che li sostenne e, perché no, di liberare la psicoanalisi dalle sue stesse rimozioni.

 Los Angeles, California

Gennaio 1983