NEL NOME DELLA MADRE

NEL NOME DELLA MADRE

Statuetta di pietra nota come Venere di Willendorf, risalente al Neolitico e ritrovata in Austria, rappresenta una dea madre. La sua figura esagerata nelle rotondità, evidenzia la funzione femminile della procreazione.

 

INNO A ISIDE

Perché io sono colei che è prima e ultima
Io sono colei che è venerata e disprezzata,
Io sono colei che è prostituta e santa,
Io sono sposa e vergine,
Io sono madre e figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono donna sposata e nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono colei che consola dei dolori del parto.
Io sono sposa e sposo,
E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
Io sono Madre di mio padre,
Io sono sorella di mio marito,
Ed egli è il figlio che ho respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono colei che dà Scandalo e colei che Santifica.

                                           Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto, risalente al III-IV secolo a.C.

Agli albori della civiltà umana la prima dea ad essere venerata fu la Grande Madre, la donna procreatrice che donava la vita e consentiva la sopravvivenza del figlio nutrendolo col suo latte. Chi meglio di una donna poteva assurgere a simbolo creativo per eccellenza? La donna, in grado di mettere al mondo nuovi esseri viventi, era considerata portatrice di un potere misterioso: il mistero del concepimento e dell’allattamento infatti spinse gli uomini primitivi a venerare colei che dava la vita partorendo un essere umano e che gli consentiva di continuare a vivere fuori dal suo grembo. Ella rappresentava la Terra che dava frutti, la Luna con le sue fasi, le stagioni, il ciclo della vita e la morte. Rappresentava l’origine e la fecondità: il suo ventre rotondo e capiente simboleggiava la capacità di donare la vita trattenendo dentro di sé il frutto fino alla sua maturazione. Le mammelle gonfie rappresentavano la sopravvivenza: dopo aver donato la vita, la donna garantiva il cibo per sua stessa natura. La donna è depositaria dunque della capacità che ha le caratteristiche del prodigio di “creare” e poi trasformare attraverso il sangue, simbolo di vita e di generazione e poi il latte, simbolo e strumento di nutrimento per la preservazione della “specie”. Dalla ciclicità del mestruo femminile derivò la coscienza dello scorrere del tempo: il primo calendario era lunare anziché solare, in esso l’anno era composto da tredici mesi corrispondenti ai tredici cicli mestruali delle donne.                    La Venere di Laussel (Dordogna, Francia), è una Venere paleolitica alta circa 46 cm, scolpita in un bassorilievo e trovata all’entrata di una grotta cerimoniale. Originariamente era dipinta in rosso, colore sacro del sangue e della vita. Nella mano destra regge un

corno di bisonte a forma di falce di luna, con 13 tacche incise a simboleggiare il numero di lune o il numero di cicli mestruali in un anno. La mano sinistra poggiata sul ventre indica la relazione fra il ciclo lunare e quello della fecondità femminile.

by Kamil Vojnar

Secondo Jung l’archetipo della Grande Madre è:

La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile».

I miti e le pratiche religiose dei popoli primitivi, basavano i loro principi su una corrispondenza simbolica donna = cerchio = conchiglia = vaso = mondo.                            Il vaso è infatti ciò che meglio rappresenta la funzione del femminile di contenere e custodire la vita, di proteggere e nutrire, mentre allo stesso tempo “racchiude” al suo interno e cela l’invisibile e il mistero. Quello della Grande Madre è un archetipo che possiede una quantità infinita di aspetti essendo allo stesso tempo Donna, Madre, Amante e Sorella. Con il passare dei secoli, ogni civiltà le attribuì nomi diversi, glorificandola come unica fonte di vita dell’intero Universo. Il Vecchio Testamento ce la presenta nella sua forma originaria, Eva/Serpente, l’animale che sulla Terra è adagiato e compenetrato in essa. La Grande Madre, divinità legata al lavoro della terra e alla ciclicità delle stagioni, sarà sostituita nel tempo da figure maschili che rappresentano il successivo mutamento della struttura socio-economica primitiva: dal matriarcato si passa alla società e alla famiglia patriarcale. Sia che si chiamasse Damona per i Galli, Danu per gli Irlandesi, Brigit per i Celti, Hathor per gli Egizi, Inanna presso i Sumeri, Ishtar presso i Babilonesi, Devamatri (principio astratto della creazione primordiale), Prithvi (nel pantheon indiano è la Dea della Terra, della Natura in tutte le sue forme nonché dea dell’abbondanza), Parvati (adorata nella tradizione Hindu come Dea della Fecondità), Rhea/Cibele, Gea/Gaia, Demetra-Cerere, Persefone o Core/ Proserpina, Branwen (Dea celtica “dai bianchi seni” che incarna la Madre Universale), Holle (dea germanica), Iside (Dea egizia consorte di Osiride), Maria, (la Madre di Gesù Cristo),  la Grande Madre rappresenta la fertilità poiché dispensa figli ed abbondanza. La donna ne è la rappresentazione umana e, grazie al legame privilegiato che detiene con la dea, da sempre custodisce i segreti della vita, della procreazione e della guarigione. Nel culto cristiano i suoi archetipi sono stati rimodellati sulla figura di una sola entità femminile, la Vergine Maria.                                                    La Grande Madre ha sempre avuto una duplice o triplice rappresentazione: viene infatti identificata sia con la Luna Piena (amica, benedicente e generosa) con la Luna Nuova (ostile e distruttiva) oppure con la Terra (i regni umani e terreni) e la Morte. I simboli che si collegano alla Grande Madre sono caratterizzati dall’ambivalenza, da una duplice natura, positiva e negativa, quella di “madre amorosa” e di “madre terribile” principio di trasformazione e distruzione. Nei riti connessi alla Dea, infatti, viene venerata sia come simbolo della Natura positiva (da cui la fertilità, l’abbondanza dei raccolti e in generale la prosperità e il nutrimento) che del volto negativo della Natura (le tempeste, la carestia e in generale la morte, e la distruzione) non a caso molte antiche rappresentazioni della Dea Madre avevano il volto metà bianco e metà nero.                                                                 La Terra, con tutta la sua potenza creatrice e allo stesso tempo distruttiva è il femminile, l’origine, il principio da cui discende tutto. La società matriarcale riconosceva alla donna il diritto di congiungersi con gli uomini della sua tribù e di altre famiglie, non esistendo il potere dell’uomo; la matriarca rappresentava il capofamiglia, la prole era il suo frutto e non era necessaria la certezza della paternità. Il potere della donna durò molti secoli finché, con l’avvento dell’agricoltura e l’abbandono della vita nomade il concetto di Dio iniziò a cambiare. Presso i babilonesi si intaccò il potere della Dea e si adorò il dio Marduk come creatore del mondo. Con l’avvento di Marduk, la donna venne relegata in casa, proprietà del maschio che voleva la certezza che la prole provenisse dal suo seme: comparve Lilith, ancora bellissima, apportatrice di tempeste, tentatrice, lussuriosa ma sterile. Da quel momento in poi la donna è stata spesso demonizzata perché perdesse il potere delle origini. Cominciarono a diffondersi credenze e superstizioni sulla tossicità del sangue femminile, considerato impuro.                                                                                              La Constitutio de purificatione a sanguine mestruo emanata da Costantino I ai tempi del Concilio di Nicea vietava alla donna l’ingresso in chiesa e l’accesso ai sacramenti nei giorni del ciclo. Le credenze popolari hanno fatto perdere di vista il significato reale del proprio ciclo alle donne stesse, anche in ambienti illuminati. Diverse generazioni di donne sono cresciute nella convinzione errata di essere più vulnerabili in quei giorni. La donna per le sue capacità magiche e le sue conoscenze mediche è divenuta una strega malefica da condannare al rogo.

        Gustav Klimt: Le tre età della donna, 1905. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

G. Klimt rappresenta un tema ricorrente nella sua opera: la precarietà della vita e della bellezza. L’opera è un’allegoria del ciclo della vita attraverso i momenti della nascita, della fanciullezza, della maternità, della vecchiaia, della morte.
La figura della giovane donna in contrapposizione all’anziana rappresenta la maternità e appare immersa in un’atmosfera irreale e quasi sacra. L’abbraccio della giovane donna è delicato e avvolgente allo stesso tempo. Un particolare evidente nella donna anziana è invece il grembo deformato e ormai divenuto sterile. La maternità è un continuum che corrisponde al ciclo della vita: una volta concluso non si esaurisce, ritorna. La donna è certezza del mondo, garante della vita e della continuità della specie. Grazie alla ciclicità la donna si sente sempre più connaturata con il fluire della vita, in sintonia con il pulsare dell’universo.

IO (UNA) MADRE​

Ricordo ancora
il torpore del risveglio
il riemergere al reale
con la mente vuota
incapace di pensare
voci confuse da lontano
attraversano il silenzio
di oblìo simile alla morte.

Dalla cortina di assenza
un ricordo inconsistente
diviene paura concreta.
È viva? È sana?
Provo a muovere le membra intorpidite
anestetizzate da staticità imposta
a lungo protratta.

Un dolore tagliente
mi annebbia la vista.
Mi rispondono
che sei viva sei sana
(Avrò parlato dunque?)
sollevata sprofondo
ancora nell’oblìo.

La prima volta che ti ho visto
mi sei apparsa
un angelo di Dio
il miracolo mio
di donna.
Avevi la pelle di luna
le linee di velluto
il mio stesso odore.

Eri il prodotto puro dell’amore.

Ora il miracolo è svegliarti
scoprendo i segni della crescita
gioire e piangere con te
che sei parte di me
(ancora lì dove sei stata concepita)
la mia miglior parte
il futuro roseo
di attese e di speranze.

Ti accompagnerò
finchè sarà concesso
non ripeterò gli errori
di mia madre
ne compirò di nuovi
quelli che solo le madri fanno
per eccessivo amore.  

Moltissimi artisti hanno rappresentato il tema della maternità nei loro dipinti.                   Basti pensare a tutte le immagini di Madonna con Bambino realizzate nel corso dei secoli in cui è evidente l’espressione fiera e appagata tipica della madre felice e possessiva.      Le donne in particolare hanno scelto di rappresentare scene di vita domestica, dimostrando di saper cogliere tutta la naturalezza e la spontaneità dei gesti e delle espressioni di quel rapporto speciale che lega madre e figlio.                                      Tamara De Łempicka, pseudonimo di Tamara Rosalia Gurwik-Górska (Varsavia 1898- Cuernavaca 1980), è stata una pittrice polacca appartenente alla corrente dell’Art Decò. Dopo essere vissuta in Svizzera e a San Pietroburgo giunse a Parigi. Qui affinò il suo stile personale, fortemente influenzato dall’Art Decò ma allo stesso tempo assai originale. Si trasferì in California dove in breve tempo divenne famosa come ritrattista.

                                            Tamara De Lempicka, “Maternità” 1928

Mary Stevenson Cassatt (Pittsburgh1844- Chateau de Beaufresne 1926) è stata una grande pittrice statunitense. In tempi in cui per le donne non era facile riuscire a realizzarsi, inseguì con successo il sogno di diventare un’artista. Si perfezionò in Europa, tra Roma, Siviglia e Parigi, e nel 1877 fu invitata da Edgar Degas ad esporre i suoi lavori insieme agli Impressionisti, nelle prime mostre da loro organizzate. La Cassatt ha ritratto mamme che consolano, che abbracciano, che baciano, che sono impegnate in una routine quotidiana fatta di bagnetti d’altri tempi, poppate, capelli da spazzolare, panni da rammendare, gite in barca, passeggiate in giardino.

                                        Mary Stevenson Cassatt, “Louise feeding her Child” 1899

La dimensione intima e familiare ritratta dalla Cassatt ricorda molto da vicino l’incipit del romanzo To The Lighthouse di Virginia Woolf, in cui è descritta una madre che cuce mentre la figlia, appoggiata sulle sue ginocchia, guarda lo spettatore.
La scena di maternità è rappresentata all’inizio del libro per enfatizzare la vita serena della famiglia Ramsey prima della morte della madre e si fissa nella mente del lettore come se si trattasse di un quadro tanto è forte la carica visiva evocata dalle parole.

Mary Stevenson Cassatt, “Little girl leaning her’s mother knee” 1901

“Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay.                                         “Però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse.                                                            A suo figlio queste parole comunicarono una gioia straordinaria, come se fosse stabilito che la spedizione avrebbe avuto luogo senz’altro, e l’incanto cui aveva agognato, per anni e anni gli pareva, fosse, dopo il buio di una notte e la traversata di un giorno, a portata di mano. Egli apparteneva, già all’età di sei anni, a quella grande categoria di persone che non riescono a tenere le emozioni separate le une dalle altre, ma lasciando che le prospettive future, con le loro gioie e dolori, annebbiano ciò che effettivamente è, perché, per tali persone fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione della ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e trafiggere il momento dal quale dipendono la tristezza o la radiosità.

(Incipit tratto da To the lighthouse, Gita al faro di Virginia Woolf, 1^ ed. originale 1927)

Virginia Woolf perse la madre Julia Stephen all’età di tredici anni. Già nel saggio Reminiscences la scrittrice rievoca l’impatto doloroso che la morte della madre provocò su lei e sulla sua famiglia; in Gita al faro la figura di sua madre è magistralmente e amorevolmente ritratta al punto che la sorella Vanessa, dopo aver letto il romanzo, le scrive:                                                                                                                                     “A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la straordinaria bellezza del suo carattere… È stato come incontrarla di nuovo … Essere riuscita a vederla in questo modo a me sembra un’impresa creativa che ha del miracoloso… L’immagine che dai di lei sta in piedi da sola e non solo perché evoca ricordi. Mi sento eccitata e turbata e trascinata in un altro mondo come lo si è solo da una grande opera d’arte”.                                                                                                                            Il soggetto è la tensione verso il faro, la luce rappresentata dalla madre, che, nel corso del romanzo diviene desiderio di identificazione nella figura materna al fine di ottenerne serenità e stabilità. Lo stesso bisogno di scrittura nasce nella Woolf come ricerca di appagamento e di “luce” nonché come creatività che sostituisce il desiderio di maternità.
Nel romanzo la Woolf, attraverso le vicende della famiglia Ramsay, rievoca le vacanze che con la propria famiglia soleva trascorrere in Cornovaglia. È il ritratto di una donna, sua madre, guida illuminante per tutti, la quale incarna un modello di maternità serena ed appagata nonché una descrizione felice della famiglia inglese di primo Novecento.
Il ritratto costruito dalla Woolf si avvale della caratterizzazione indiretta, viene cioè fornito attraverso i punti di vista degli altri personaggi, i pensieri e i sentimenti che la signora Ramsay suscita in loro.

L’ALTRA FACCIA DELLA MATERNITA’

In contrapposizione alla maternità voluta e realizzata c’è anche un altro aspetto della maternità, quella collegata al rifiuto e alla non accettazione del proprio corpo gravido o addirittura del proprio figlio.                                                                                                    Un esempio di questo tipo di sentimento è rappresentato da diverse opere a cui si farà riferimento, in primo luogo a The Fifth Child [Il quinto figlio] di Doris Lessing. Si tratta di un romanzo molto particolare, claustrofobico quasi, che evoca sensazioni di disagio e di angoscia. Gli inglesi Harriet e David sono una coppia serena, desiderano abitare in una grande casa e avere tanti figli. Dopo averne avuti quattro, sta per giungere il quinto figlio ma fin dai primi mesi di gravidanza, Harriet percepisce che questa gravidanza non sarà uguale alle altre, il feto appare iperattivo e causa alla madre dolori e disturbi che si protraggono per tutta la gravidanza fino a quando la donna non giunge ad avere un parto prematuro. La gravidanza infatti appare travagliata e difficile e in molti aspetti ricorda quella descritta da Polanski in Rosemary’s baby. C’è una istintiva repulsione della madre per questo essere prepotente e vitale. Quando nasce Ben, appare diverso dai fratelli e sua madre Harriet si trova da sola ad affrontare i suoi sentimenti e i propri fantasmi isolandosi dal resto della famiglia mentre il quinto figlio si rivela “un nemico” che non viene accettato neanche dai fratelli. Viene dapprima relegato nella sua camera poi allontanato e condotto in un istituto dal quale poi Harriet lo riporta in famiglia per scrupoli di coscienza solo che Ben ormai adolescente riesce a disgregare la serenità della vita familiare con la sua sola presenza. Nel corso del racconto viene definito “mostro”, “alieno”, “fatto di una sostanza differente”. Anche il momento dell’allattamento non viene descritto come il momento bellissimo in cui madre e figlio instaurano la loro relazione e si identificano ciascuno nel suo ruolo e nella sua funzione sociale ma come un momento che provoca sgomento e paura.
Anche Sylvia Plath ( Boston 1932- Londra 1963) in Canto del mattino tratta il tema della maternità, una maternità sofferta, fastidiosa per la condizione di passività imposta, per una trasformazione del corpo necessaria che però mina le certezze di una donna, “incespico, pesante come una vacca e floreale / nella mia vestaglia vittoriana”, donna che, estranea a se stessa, veglia per ascoltare il mare a cui ritornare come fosse il proprio liquido amniotico. Perfino il trillo di note del bambino s’innalza in aria come un pallone, non è la dolce melodia che una madre non può non ascoltare senza essere percorsa da un brivido.                                                                                                                                       Il binomio madre-figlio comprende due soggettività strettamente legate da una “relazione originaria”, come la definisce Galimberti, ma diverse, ciascuna portatrice di bisogni e di diritti talvolta in conflitto. Diversi sono stati gli episodi di rottura del binomio in modo violento ad opera di uno dei due elementi, episodi che la cultura dominante condanna e critica perché irrazionale, illogica, inspiegabile. Ciò che appare certo è che ciascuna maternità andrebbe riscoperta e intesa come rinascita del sé, solo così la si può vivere in modo costruttivo, positivo, etico.

CANTO DEL MATTINO

Come un grasso orologio d’oro l’amore ti mise in moto.
La levatrice schiaffeggiò le piante dei tuoi piedi, e il tuo grido pelato
prese il posto tra gli elementi.
Le nostre voci echeggiano, magnificando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo percorso da correnti d’aria, la tua nudità
adombra la nostra sicurezza. Ti attorniamo vacui come mura.

Non sono più tua madre io
della nuvola che distilla uno specchio per riflettervi la sua propria lenta
cancellatura per mano del vento.

Tutta la notte il tuo fiato-di-falena
ondeggia tra le rosee lisce rose. Veglio per ascoltare:
un mare lontano muove nel mio orecchio.

Uno strillo, e dal letto incespico, pesante come una vacca e floreale
nella mia vestaglia vittoriana.
La tua bocca s’apre nitida come quella d’un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e ringoia le sue tetre stelle. E ora tu provi
un tuo trillo di note;
le chiare vocali sorgono come palloni d’aria.       

                                                                                                         Sylvia Plath

https://deborahmega.wordpress.com/2014/07/08/%EF%BB%BFnel-nome-della-madre/

Per maggiori approfondimenti: https://www.facebook.com/deborah.mega17

 

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